°Bella’s Story°
Scritta
da Tiziacat
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INTRODUZIONE
Capitolo
1: Pelo. Morbido pelo. E qualcosa di caldo, ruvido e umido che mi puliva la testa e il corpo. Sono questi i miei primi ricordi, per lo meno da quando aprii gli occhi. All’inizio, ovviamente, non ero in grado di capire di cosa si trattasse, ma mi sentivo protetta e al sicuro. Quel calore mi faceva sentire bene. Solo più tardi capii che si trattava di mia mamma e dei miei fratelli. La mia famiglia. Una nuvola di pelo. Di loro, ricordo molto poco. Si sa, noi gatti abbiamo la memoria corta, in quanto a famiglia. Diventiamo autonomi prestissimo. Ricordo però che erano come me, stesso colore degli occhi, pelo color nocciola e coda folta. Io e i miei fratelli giocavamo mattinate intere nei campi, rincorrendoci, inseguendoci e rotolandoci. E, mamma gatta, seduta su una grande roccia con aria compiaciuta, ci sorvegliava, ma, allo stesso tempo, sembrava non preoccuparsi troppo per noi e si dedicava alla pulizia quotidiana del suo pelo. Era certa della nostra autonomia. Sapeva che a breve saremmo diventati perfettamente autosufficienti. Alla sera, eravamo tutti affamatissimi. E davamo l’assalto alla nostra dispensa. Chi? Mamma gatta! Ogni volta la inseguivamo, e lei, giocosamente, fingeva di scappare, ma poi si arrendeva e si buttava sul prato. All’assalto! Ricordo ancora quei bei momenti…i migliori della mia infanzia. Era la felicità. Leccatine calde, il latte dolce e tiepido della mamma, code da inseguire, coccole al mattino dai miei fratelli. E, a volte, lezioni di caccia. Sì, mamma gatta era anche un’abile professoressa. Eravamo noi a doverci sedere sulla grande roccia, stavolta. E, da lì, osservavamo come mamma gatta catturasse uccellini, lucertole e topi. A volte, anche insetti. All’inizio, trovavo inutile quel sacrificio, ma poi, dopo averli assaggiati, ne chiesi persino ancora! Io, e anche i miei fratelli. E mamma gatta, non sapendo dirci di no, ripartiva nelle sue battute di caccia. E ogni volta tornava con qualcosa per noi. Era così quasi tutte le sere. E, a breve, diventammo delle buffe palle di pelo grasse, capaci davvero di rotolare sui prati. Dei micini che chiunque avrebbe voluto per sé. Purtroppo. Mamma gatta, invece, diventava sempre più esile. Spendeva tutte le sue forze per la caccia, e allattarci le toglieva ogni energia per provvedere al suo nutrimento. Fortunatamente, a volte, un contadino della zona, presso il quale dormivamo nelle notti più fredde, metteva davanti alla porta di casa sua un piatto con ossa, avanzi di carne e di pesce, e mamma gatta se ne nutriva. Quanto a noi, ci diceva sempre di rimanere nascosti fra i cespugli quando andava là. Oppure lo faceva mentre dormivamo. Come una vera madre, ci proteggeva, poiché non aveva confidenza col contadino. Attendere fra i cespugli, però, era noioso, e spesso ci mettevamo a giocare fra noi, là dentro. Un giorno, uno di noi rotolò fuori dal nascondiglio mentre giocavamo, e proprio in quel momento il contadino stava mettendo fuori dalla porta il solito piatto di avanzi. E lo vide. Si avvicinò per accarezzarlo, e mio fratello, non sapendo che fare, rimase immobile e si sottomise alle sue carezze. E, alzando lo sguardo, l’uomo si accorse anche di noialtri dentro il cespuglio. Tremammo di paura. Poi rientrò in casa. Per tutto il tempo, mamma gatta era stata all’erta, pronta a scattare nel caso in cui il contadino ci facesse del male. Quando finì il pasto, ci disse di stare più attenti. “Gli umani sono pericolosi” disse. “Non fatevi vedere da loro”. Non immaginava nemmeno quanto! Non demmo peso alla cosa, e quella notte dormimmo in uno dei soliti giacigli di fortuna, stavolta su un mucchietto di paglia, sereni. Ignari di quanto stava per succedere. Quella notte, udimmo un rumore mai sentito prima. Un motore. Un motore potente, non quello del trattore del contadino. Un’enorme scatola con le ruote, con a bordo un altro uomo! Ci alzammo subito dal nostro giaciglio, tranne uno dei miei fratelli, che aveva ancora sonno, per vedere cosa stesse succedendo. Quell’uomo, più alto del contadino, teneva in mano uno strano arnese, con maglie fitte, molto capiente. “Una rete!!” disse mamma, con le pupille dilatate dalla paura. “Scappate, figli miei, nascondetevi! Quell’uomo vuole catturarci! Quanto di peggio temevo sta accadendo!”. A nulla servirono le sue parole. Non eravamo in grado di nasconderci, e la vasta campagna senza alberi in cui ci trovavamo non offriva nascondigli sicuri. Non eravamo nemmeno in grado di correre bene, mentre mamma gatta era un fulmine. Scappare era fuori discussione. E poi, come fuggire da un essere con le gambe tanto lunghe? Ci avrebbe raggiunti subito! Intanto l’uomo avanzava, avanzava, sempre tenendo ben stretta in mano la rete. E, con coraggio, mamma gli si parò davanti ringhiando, sbarrandogli la strada che portava a noi. L’omaccione però non le badò, e vedemmo tutti con orrore che ricevette un calcio in piena pancia, che la fece ruzzolare lontano, a diversi metri di distanza. E, prima che avessimo il tempo di fare qualcosa, uno di noi fu catturato. Si era nascosto fra le radici di un albero, ma era troppo visibile. Le radici erano troppo esili perché qualcuno vi si potesse nascondere, e il pelo arancione spiccava troppo bene sul legno scuro. Anche mamma finì in quella rete, e si agitava disperatamente, nonostante fosse ancora stordita dal calcio. Cercava di raggiungere l’apertura in cima alla rete, ma gli scossoni e la mancanza di appigli la facevano scivolare. Rimanemmo io e mio fratello, nascosti nel giaciglio di paglia. Troppo scuri. E la paglia era gialla, troppo chiara. Impossibile nascondersi. Il misterioso individuo ci vide subito, e con un colpo poderoso di rete, catturò anche noi. “Beh, almeno siamo uniti, adesso” pensai. “Almeno siamo insieme. In qualche modo, riusciremo a scappare…”. Ma era la paura il sentimento che dominava tutti noi. In cima alla rete, poco prima, c’era un’apertura, che mamma gatta aveva cercato di raggiungere. Troppo tardi. Era già stata chiusa. Una bocca da cui si entra, ma non si esce. L’uomo tornò alla grande scatola metallica con le ruote da cui era uscito, e aprì la parte posteriore, mentre prima era uscito da quella anteriore. Qui, c’erano una decina di piccole scatole con aste metalliche sul davanti. “Gabbie” ci bisbigliò mamma. Poi, prese ciascuno di noi in malo modo e ci separò, chiudendoci tutti in gabbie diverse. Io gli graffiai anche una mano, e lo sentii urlare di dolore, ma nonostante ciò non mi lasciò andare e fui chiusa anch’io in quel luogo oscuro. Poi, anche la lieve luce notturna che veniva da fuori sparì. La parte posteriore del camion venne chiusa. Eravamo in trappola.
Capitolo 2: Dopo tanta sofferenza... Faceva freddo, lì dentro. Molto più che fuori, sembrava quasi che fosse tornato l’Inverno. O forse era solo un’impressione, dovuta alla nostra paura…in ogni caso stavamo tutti tremando. Cominciammo a piangere, a miagolare…io invece non ne ebbi la forza. Ero troppo sconvolta. Un mostro a due gambe, un uomo, ci aveva catturati tutti, e separati, e non c’era modo di uscire. Che fine avremmo fatto? Che destino ci sarebbe toccato? Sentimmo uno scossone: era il motore che si accendeva, la grande scatola che si allontanava per portarci chissà dove. Vidi mamma che cercava di infilarsi fra le sbarre, ma era inutile, la sua testa riusciva a passare, ma il corpo vi rimaneva sempre incastrato. Anche i miei fratelli non riuscivano ad attraversarle…quando un pensiero mi balenò in testa. “Sono sempre stata la più piccola” pensai. “Chissà che non ci riesca io!”. Così concentrai le mie ultime forze per sgusciare attraverso quel metallo freddo, e...ce la feci! Eccomi ruzzolare, forse un po’ malamente, sul freddo pavimento della nostra prigione. E sentii subito dei miagolii di approvazione della mia famiglia. Ne fui felice, e sentii tornare in me le forze…avevo recuperato un po’ le speranze. Ma…adesso che ero fuori…cosa fare? Non ne avevo la più pallida idea! Mamma gatta sapeva che le “gabbie” si aprivano tramite strumenti chiamati chiavi, ma non riuscii a vederne nel vano del furgone. Evidentemente il nostro rapitore le aveva con sé. Mamma gatta mi fece cenno di avvicinarmi, e io le andai vicino, accostandomi alla sua gabbia. E mi bisbigliò nelle orecchie il suo piano. “D’accordo…” risposi. La libertà dei miei fratelli dipendeva da me…era un peso enorme. Così, come d’accordo, mi rannicchiai in un angolo, e attesi. Fu una lunga attesa. La scatola correva, correva, sembrava non fermarsi mai. Finii con l’addormentarmi, e mi svegliai dopo molte ore, poiché la scatola si era fermata bruscamente. Sentii distintamente i passi dell’omaccione, e mi rannicchiai nell’ombra. Come previsto, arrivò, e si apprestò a prendere una gabbia per scaricarla. Non mi aveva visto. Allora, prima che si accorgesse di me, gli saltai addosso dalla cima del cumulo di gabbie. Un salto ben mirato, alla faccia. Conficcai i miei artigli nella sua fronte, e lo graffiai con tutta la furia di cui ero capace. Lo sorpresi a tal punto che cadde a terra violentemente, sbatté la testa e svenne. La gabbia, che conteneva mia madre, rimbalzò per terra, e cadde poco lontano. Ma io non me ne curai, e cominciai subito a cercare addosso all’uomo le chiavi. Ne trovai non una, ma un mazzetto intero, qual era quella giusta? Le presi in bocca, e mi avvicinai alla gabbia della mamma. Cercando di fare più in fretta che potevo, le provai tutte, sforzandomi di ficcarle nella serratura (altro termine di mamma gatta), ma senza risultato. Ero esausta. Ne era rimasta solo una, piccola e nera. Provai anche quella, e vidi che entrava senza difficoltà. Allora provai a tenerla ferma coi denti, e girarla lentamente. Ecco, magicamente, la gabbia aprirsi! E vidi anche mamma gatta correre veloce come un fulmine, lontano. Mi precipitai dai miei fratelli, e aprii senza difficoltà anche un’altra gabbia. Mio fratello, chiuso là dentro, schizzò subito via, dalla mamma, e fuggirono poco lontano, nascondendosi su un albero per aspettarci. Stavo già infilando la chiave nella terza e ultima gabbia, quando l’omaccione rinvenne. Cercai di nuovo di saltargli addosso, ma riuscii ad arrivargli a malapena alle gambe. Avevo speso tutte le mie energie. Cercai anche di scappare passandogli fra le gambe, ma inutilmente. E, prendendomi per la collottola come faceva la mamma, mi ricatturò, nonostante i miei sforzi perché ciò non accadesse. Disse qualcosa di incomprensibile, probabilmente un’imprecazione, e mi chiuse nella stessa gabbia di mio fratello, che non ero riuscito a liberare. Non ebbi nemmeno il tempo di rialzarmi in piedi, che la nostra gabbia fu sollevata in malo modo, e portata altrove. Riuscii a vedere, fra le sbarre, mamma gatta nascosta sull’albero, che miagolava disperata, con le lacrime agli occhi per l’impotenza. Non poteva fare nulla…l’albero era troppo lontano, e l’omaccione ormai si aspettava un attacco dall’alto. Poi, dopo un bel po’, probabilmente diverse ore, venimmo posati a terra. Sempre con una violenza fuori dal comune. In un luogo chiuso, probabilmente la casa dell'omaccione. O forse no...come avrebbe potuto abitare in un posto simile?? Era un luogo orribile, pieno di gabbie, tutte esattamente come la nostra, forse qualcuna un po' più grande. E tutte contenevano cani e gatti, altre, più piccole, uccelli. Ed enormi vasche trasparenti avevano al loro interno pesci di tutte le forme e dimensioni. Animali in natura nemici, prede e predatori, tutti accomunati da un destino incerto, da una prigionia immeritata. Il baccano era infernale. Appena videro entrare l'omaccione, i cani e i gatti cominciarono a urlare di paura, a buttarsi inutilmente contro le sbarre delle loro gabbie. L'omaccione non sembrava curarsene, e ci posò per terra, vicino alla gabbia di un altro cucciolo. Prima però ci prese di nuovo in malo modo, e ci mise in una gabbia con le sbarre più vicine fra loro, come se avesse capito come eravamo fuggiti, e se ne andò. Era ancora notte fonda. "Miao!" - miagolai tristemente al gattino dell'altra gabbia - "Perchè siamo qui? Cosa abbiamo fatto di male???". Come se ne sapesse più di noi. Aveva pressoché la nostra età, ma tentar non nuoce mai, come diceva mamma gatta. Al suo pensiero, sentii un nodo in gola. "Questo è un negozio di animali" - rispose, contro ogni mia aspettativa - "Qui gli umani si recano per prendere con sé animali domestici, come ci chiamano loro" - aggiunse, con tono sprezzante. "Ma gli umani non sono nostri nemici?" chiesi. "Solo a volte. Alcuni sono molto benevoli e gentili, e noi siamo qui in attesa che qualcuno di loro venga a salvarci. Cani e gatti, per loro, sono compagni di esistenza, amici." Ero stupefatta. Se era davvero così, perché eravamo stati separati così dalle nostre famiglie?. Decisi di chiederlo al mio interlocutore. "Sì, a volte i loro metodi sono un po' barbari, ma c'è di peggio, molto peggio. E, col passare del tempo, dimenticherai la tua famiglia. E' così, fidati." Come avrei potuto dimenticarli? Mi sembrava così strano...ma invece è proprio così. Per quanto mi sforzi, oggi non riesco a ricordare bene i lineamenti di nessuno di loro. Mio fratello intanto non si era mai mosso dal fondo della gabbia, e stava ancora tremando. Era troppo spaventato persino per parlare. D'altronde, chi non lo sarebbe? Mi meravigliavo di riuscire a miagolare. Passarono i giorni. Non so quanti, era impossibile capirlo senza poter vedere la grossa palla di fuoco in cielo. Mamma gatta ci aveva anche insegnato a calcolare il tempo osservandola, ma in quel luogo chiuso arrivavano a mala pena i suoi raggi. Per tutto il tempo che fummo reclusi lì, a me e a mio fratello venne servito un pasto orribile, una specie di melma giallognola. Ma, dato che non c'era altro, la mangiavamo. Era terribile stare chiusi lì. Il pavimento di legno della gabbia non aveva niente a che fare con i bei prati dove un tempo ci rotolavamo. Mi sembrava un ricordo così lontano...facevo fatica a credere a quanto stava accadendo. E, ogni giorno, un continuo via vai di umani davanti alle gabbie. Ogni tanto, qualcuno di loro prendeva con sé uno di noi. Ed era la salvezza di quel micio fortunato. Poi, finalmente, qualcuno aprì la nostra gabbia. L'omaccione prese in mano mio fratello, e lo mostrò ad altri due umani, fra cui una signora dall'aria distinta. Poi, lo presero con loro, dopo aver dato al nostro aguzzino degli strani biglietti rosati. Così, rimasi sola, per molti altri giorni. Proprio quando stavo cominciando a perdere le speranze, si presentarono al negozio una signora e la sua bambina. La donna era del tutto diversa da quella che aveva adottato mio fratello, aveva un'aria simpatica e amichevole, e la bambina, con lunghi peli marroni in testa e occhi vivacissimi, non vedeva l'ora di avere un gattino tutto per sé. Glielo leggevo negli occhi. Mentre girava per il negozio, mi vide, e la gabbia venne aperta. Fui presa in braccio, coccolata e amata. Da lungo tempo non provavo quella sensazione...era bellissimo. Non riuscivo a credere che avesse scelto proprio me! Perchè? Meglio non chiederselo. La salvezza era vicina! Così, feci una cosa che non immaginavo di poter fare ancora, un giorno. Le fusa. E la bambina se ne accorse, e mi strinse ancora di più nel suo tenero abbraccio. Allora vidi la mamma della bambina dare all'omaccione i soliti biglietti colorati. Dopodiché, Tiziacat, così si chiamava la bambina, mi prese fra le braccia e prese a vezzeggiarmi. E, intanto, seguiva sua madre. Dove sarei stata portata? Non lo sapevo, ma di una cosa ero certa: avevo trovato anch'io una famiglia!
Capitolo 3:
Dopo non molto tempo, Tiziacat e sua madre entrarono in un'altra di quelle strane scatole con le ruote. Io, d'istinto, avevo imparato a temerle, e mi agitai, ma la bambina, accarezzandomi sotto il collo, mi fece capire che non avevo nulla da temere. E ricaddi di nuovo in uno stato di gioia e di fusa, ancora troppo felice per credere a quel che stava accadendo. "Ma quanto è carino questo batuffolo!!!" disse la bambina. Strano. Non avevo mai capito le parole di nessun essere umano. Non capii nulla nemmeno delle risposte della madre. Come mai comprendevo perfettamente tutto quello che la bambina mi diceva? Era successo anche prima, ma non ci avevo fatto molto caso, forse era la mia, seppur limitata, immaginazione di gattina che correva troppo. Ora invece ne ero certa: fra noi c'era un feeling speciale. Perché aveva scelto proprio me? Continuavo a chiedermelo. Come mai si era innamorata di me a prima vista, e non del mio vicino di gabbia, ad esempio? Sono i misteri della vita - avrebbe detto mamma gatta. Mi imposi di non pensare più a lei. Provavo ancora un dolore immenso ogni volta che mi veniva in mente, e da un lato sperai che quanto mi era stato detto riguardo al dimenticare la famiglia corrispondesse a verità. "Ciao!
Davvero ti piaccio?" provai a dire alla bimba. La presi come una risposta. La scatola si era fermata. Intravidi un bellissimo giardino, con piante verdi, fiori colorati, uccellini ovunque, fitti campi di grano vicino la casa, un sentiero di pietre...che meraviglia! Incominciai a miagolare d'impazienza. Così la bimba mi mise giù. Corsi a rotolarmi nei prati. Un ricordo che si risvegliava. Un piacere che niente avrebbe cancellato, nel tempo, una sensazione unica. Dopo essermi rotolata per un bel po', Tiziacat mi riprese in braccio. "Come sei sporca di terra, ora!" disse lei. "Comunque in quella gabbietta non dovevano pulirti spesso!" Spesso? Mai, avrei voluto risponderle. E dire che noi gatti amiamo la pulizia. Peccato che nella mia cella non ci fosse nemmeno lo spazio per pulirsi agevolmente, così avevo lasciato perdere. Entrammo in casa. Ecco dove abitavano gli umani! Era enorme. Tutto sembrava gigantesco...e tutto aveva l'aria soffice. Chissà che bello affondarci le unghie! Forse non era il momento, però. Salimmo ancora più su, e la bimba non smise un attimo di accarezzarmi e farmi le coccole. Ero sempre più felice, entusiasmata della nuova vita che mi attendeva. Chissà quanti misteri nascondeva quella casa!! Non ebbi il tempo di esplorarla a dovere, Tiziacat e sua madre presero subito a pulirmi, spazzolarmi, e mi immersero persino in una vasca piena d'acqua! Orrore! Mi sentii rinascere, dopo. Era come cambiare pelle, anzi, pelo. Una sensazione piacevolissima. Mi prepararono anche una cuccia dove dormire, una lettiera, dei giocattoli e le ciotole. Le ciotole! Solo allora mi ricordai di avere una fame incredibile. Così cominciai a miagolare, e a quanto pare capirono al volo! Subito dei cubetti di carne gelatinosi dall'aria deliziosa caddero nel contenitore, e mi ci tuffai sopra. Che delizia! Poi, esausta, mi addormentai. Sì, proprio con il muso sulla ciotola. Mi risvegliai su un divano. Vicino a me, enorme e maestoso, c'era un altro uomo, alto, massiccio, con capelli neri e corti, ma un'aria dolcissima. Per farmi capire che non avevo niente da temere da lui, mi accarezzò sul pancino. Tutti mi accarezzarono. Sì, tutti e tre. Quante mani avevo addosso? Non lo sapevo, ma ero felice. Finalmente qualcuno mi avrebbe amato, e io sentivo in cuor mio di amare già questa famiglia. La mia famiglia umana.
Capitolo 4:
Stare in famiglia, almeno per i primi tempi, fu bellissimo! Bastava chiedere, e ogni mio desiderio veniva esaudito. Nessuno si sarebbe mai sognato di chiudermi in una gabbia angusta come quella dove avevo vissuto tanto tempo. E, più passava il tempo, più mi sembrava di essere arrivata nel paradiso dei gatti. Fin dalla prima notte che fui con loro, combinai un piccolo pasticcio. La cuccia non mi andava molto a genio, amavo dormire ogni notte in un posto diverso. Così, la prima notte, decisi di fare una sorpresa a Tiziacat. Non avevo mai visto gli umani dormire, quindi immaginai che fosse un'esclusiva di noi gatti. La cercai, e la trovai sdraiata. Allora non esitai, e, miagolando, le saltai addosso, e cominciai a zampettare sulla sua pancia. AAAH! Un urlo lancinante risuonò nella stanza. Solo allora mi resi conto di averla svegliata! Gli umani dormono, eccome, e pareva anche che non amassero essere svegliati così. Ero mortificata, e mi rannicchiai in un angolino. Accorsero anche il padre e la madre della bimba, ma, stranamente, nessuno mi punì. Meno male! Comunque, imparai la lezione, e per quella notte dormii in un angolino, vicino alla mia padroncina. Il giorno dopo, mi dedicai completamente all'esplorazione della casa. Era immensa, ci misi tutta la giornata. C'era una bellissima veranda dove sdraiarsi e prendere il sole, tanti nascondigli e immensi corridoi! Annusai tutto quello che mi capitava davanti, con una frenesia incredibile, quanti odori nuovi! Ben presto, però, questo tipo di vita cominciò ad annoiarmi. Le giornate si ripetevano sempre uguali, fra coccole e agiatezze, non mi mancava nulla. Eppure, sentivo che mancava qualcosa. Non qualcosa di materiale, non saprei neanche io dire bene cosa. Stavo crescendo. Questa vita andava bene per un cucciolo ozioso, ma ormai era già passato più di un anno da quando ero arrivata lì. Ero diventata adulta. Avevo bisogno di un amico, di un compagno della mia stessa specie. Non stavo più nella pelle...così decisi di cercarmi degli amici. Ma come? In quell'immensa casa non c'erano miei simili....ma fuori? Decisi di tentare la fortuna. Approfittando di una finestra aperta, mi lanciai fuori e corsi lontano, miagolando per richiamare l'attenzione. Non mi resi conto di allontanarmi tantissimo da casa....sempre di più, sempre di più... Finchè,
abbandonai l'impresa, e mi lasciai andare, sfiancata, sulla strada. Stavo
cercando di riprendere le forze per trovare la strada di casa, quando sentii un
miagolio. Una voce! La voce di un mio simile! Mi voltai di scatto e vidi un grosso gattone bianco e arancione, massiccio, e dall'aria muscolosa. Ero così stupita che passò molto tempo prima che rispondessi. "Be-bella"
risposi balbettando. Frizzy... "Ti
va di fare un giretto, così chiacchieriamo un po?" chiese lui. "Sei
nuova?" mi chiese. Questo mi stupì davvero. Era così bello...vigoroso e simpatico...possibile che non avesse nessuno che si prendesse cura di lui? Comunque non lo diedi a vedere, e continuammo la nostra passeggiata. "Quelli
sono i miei amici, vieni, te li presento" disse. "Miao,
io sono Grisou" mi disse una. Così ci presentammo, e subito mi integrai nel gruppetto. Parlammo e chiaccheriammo. Era una sensazione bellissima, da tanto tempo non mi sentivo così bene. Mi azzardai persino a parlare del mio passato, e così scoprii che quasi tutti i miei amici erano gatti randagi, cioè senza padrone, e dovevano sopravvivere come potevano. Solo tre di loro potevano contare su qualcuno. "Caspita" mi replicai a rispondere. Eravamo seduti in cerchio...non so bene da quanto. Guardando le nostre ombre, mi resi conto che si era fatto piuttosto tardi. "Devo
andare, amici. Ma tornerò!" dissi con decisione, e li salutai. Corsi
come non avevo mai fatto, e raggiunsi la finestra da cui ero scappata, ma la
trovai chiusa. Ebbi un tuffo al cuore, così feci dietro front e ne cercai
un'altra. Inutile. Tutte chiuse! "Bella,
Bella, dove sei stata??" mi chiedeva ansiosamente Tiziacat. "Pensavamo
che ti fossi persa!". "Comunque, non devi uscire di casa." mi disse. "Non va bene. Fuori ci sono pericoli che non puoi nemmeno immaginare". Poi prese a vezzeggiarmi come al solito "Miao miao, la mia bella gattina. Eh?? Dove sei stata, birbacciona?". Mi limitai ad alzare gli occhi al cielo. Pericoli? - stavo pensando. Non avevo capito le sue parole. Che pericoli potevano esserci?
Capitolo 5:
Quella
notte dormii pochissimo. Ero troppo eccitata! Troppo felice della magnifica
giornata passata con i miei nuovi amici. Avrei voluto correre fuori di casa e
rivederli. Mi azzardai persino a uscire dal cestino ai piedi del letto di
Tiziacat e cercare una finestra socchiusa, ma poi rinunciai, per paura che si
svegliasse. Stare con i miei simili mi dava sensazioni che nessun essere umano, nemmeno Tiziacat, avrebbe mai potuto regalarmi. Quel giorno ero sola in casa, e c'era anche una finestra aperta. Uscire fu facile come bere una ciotola d'acqua. Non ci pensai...seguivo il mio istinto. Ritrovai senza difficoltà il luogo dove il giorno prima ci eravamo incontrati, ma vidi con delusione che non c'era nessuno. "Saranno andati altrove" - pensai. E così mi misi a cercarli, ma le mie ricerche furono infruttuose. Proprio quando stavo per rinunciare, udii un ringhio sommesso dietro di me. D'istinto, mi voltai. Un cane gigantesco era proprio dietro di me. Ringhiava e dalle sue grandi fauci colava un filo di bava! Mi sentii morire. Senza bisogno di dire nulla, sapevo per istinto che i cani erano pericolosi, grandi e prepotenti, e che bisognava evitare di incontrarli. Così mi detti alla fuga. Mentre correvo, mi guardai alle spalle, e vidi con orrore che quel cagnaccio mi stava inseguendo! Corsi fino a non poterne più, ma al contrario lui sembrava non averne mai abbastanza. Alla fine, mi arrampicai velocissima su un albero, cosa che non avevo mai fatto prima d'allora, e mi rifugiai sul ramo più alto, per riprendere fiato. Mi lasciai cadere su un ramo, e fissai terrorizzata il cane dagli occhi iniettati di sangue, che girava intorno all'albero con aria famelica. "Prima o poi dovrai scendere..." sembrava che pensasse. Aiuto! Avrei dovuto dare ascolto a Tiziacat! Proprio allora, mi accorsi che c'era qualcun altro sulla cima dell'albero. "Miao Bella, anche tu qui?". Riconobbi subito il miagolio saudente. Frizzy! "Vi
siete tutti rifugiati qui per sfuggire a quel demonio?" chiesi. Tremava.
Tremava visibilmente. Allora, provai qualcosa d'inspiegabile. Il bisogno di fare qualcosa per il gatto a cui tenevo più al mondo. Spavalderia, coraggio allo stato puro. Accadde in un attimo. Mi lanciai dalla cima dall'albero, e caddi al suolo, sulle zampe. Frizzy cercò di fermarmi, ma non riuscì a bloccarmi. Il cane sentii il tonfo delle mie zampe sul terreno, e si voltò verso di me. Potevo sentire il suo alito fetido e lo stupore misto a ira che provava. Cominciai a ringhiare. Soffiai. Mi gonfiai fino all'inverosimile. Proprio allora il cane mi attaccò, ma io mi scansai prontamente. Una forza incredibile mi dominava. Mi sentivo in grado di battere anche l'omaccione che mi aveva sottratta alla mia famiglia. E, probabilmente, provavo sentimenti simili ad allora. Sì, perché gli saltai addosso, esattamente come avevo fatto un anno fa. Sulla testa, proprio in cima. Ero cresciuta tanto, da quando l'avevo fatto. Adesso pesavo molto, e le mie unghie erano in grado di fare sul serio del male a qualcuno. Così mi scatenai, e lo graffiai sul muso, poi scesi, e, come una furia, lo attaccai alle gambe. Ero troppo veloce perché quel grosso bestione potesse fare qualcosa per fermarmi. Purtroppo, non ero esattamente in forma. Tutto il vigore che avevo provato svanì. Mi sentii mancare. Ma il cane non era affatto stanco, e si preparava non più solo ad attaccarmi, ma anche a divorarmi. Ero perduta. No! Un'ombra mi saettò davanti agli occhi. Un altro tonfo sul terreno. Era Frizzy...era sceso anche lui...per salvarmi! Davanti ai miei occhi inermi, attaccò il cane esattamente come avevo fatto io, e lo convinse, con un ringhio degno di un leone, alla fuga. Lo vidi correre via guaendo e con la coda fra le gambe! Avevamo vinto! "Sei
stato grande, mi hai salvato la vita..." riuscii a dire, con la voce
irriconoscibile a causa delle troppe emozioni. Sentii le unghie degli altri gatti graffiare la corteccia dell'albero, e, lentamente, scesero. Dopo cinque minuti eravamo tutti a terra, e ci eravamo riuniti. "Bella!
Frizzy!..." riuscì a dire Grisou. Ero felice, mi sentivo soddisfatta di quel che avevo fatto. Non credevo di avere tutta quella grinta, e non sapevo proprio spiegarmi da dove l'avessi presa. Si fece buio...e ci separammo. Era stato un pomeriggio ricco di emozioni. Mi incamminai verso casa, sperando che nessuno avesse notato la mia assenza. Proprio mentre stavo per entrare nel giardino, mi sentii toccare da una zampa. Mi
voltai. Frizzy! Era esattamente quello che provavo per lui. Aveva messo in pericolo la sua vita per salvare la mia, ed era stato carinissimo con me fin dal primo momento che ci eravamo conosciuti. Di
colpo, mi resi conto che per me non era poi tanto importante tornare a
casa. Infine, mi accucciai fra l'erba alta. Ero molto stanca, troppe emozioni. Anche Frizzy si accucciò vicino a me...e con mia grande sorpresa mi sbaciucchiò il muso. Poi...ci abbandonammo fra l'erba alta, miagolando e gioendo insieme. Ero felicissima, amavo con tutta me stessa Frizzy, e anche lui provava la stessa cosa per me. Era una sensazione magnifica...e, dopo la magnifica esperienza, lo salutai, e, come se nulla fosse, rientrai a casa. Capitolo 6: Sono mamma!... Il
mattino dopo, mi svegliai di soprassalto. Ero in un posto sconosciuto. Poi, di
colpo, ricordai. Frizzy...il cane... Stavolta, trovai la porta aperta. Brutto segno. Si erano accorti della mia fuga. E infatti, erano lì che mi aspettavano. "BELLA! Pensavamo ti fosse successo qualcosa! Sai, quel cane scappato dal canile...ma sei salva, vero paciuccona?" Fui di nuovo presa in braccio e stretta fra calde mani, ma stavolta ne fui felice. Canile? Immaginai che fosse un posto dove rinchiudevano i cani pazzi...altrimenti come spiegare una simile follia omicida, che avevo letto fin dal primo momento nei suoi occhi? "Bella, non devi più uscire di casa. E' troppo pericoloso. D'ora in poi, ti è vietata ogni fuga." disse Tiziacat. Cosaaaaaaa?
- pensai. "Ahi, vattene!" mi rispose. E non me lo feci ripetere. Fuggii lontano da tutti, nella soffitta umida, e cominciai a miagolare tristemente. Se i gatti potessero piangere come gli umani, credo che avrei allagato la soffitta. Non era giusto! Perché scegliere fra gli amici - e il mio Frizzy - e la famiglia? Non potevano trattarmi così! E invece, lo stavano proprio facendo. Anzi, non c'era scelta. Dovevo per forza rimanere con loro... Per molti giorni, fui triste. Non osai più avventurarmi fuori di casa. Non potevo disobbedire. Ma il mio cuore piangeva, voleva rivedere Frizzy. E anch'io...provavo nostalgia di lui come di nessun altro gatto al mondo. Finchè, un giorno, lo vidi. Dietro la finestra della cucina. "FRIZZYYYY!"
dissi, miagolando forte per la gioia. "Oh
Frizzy, una cosa terribile...la mia famiglia non mi fa uscire, davvero
stavolta." "Sciò,
gattacci randagi, sciò!", le faceva eco Tiziacat. Accadde tutto così in fretta che non riuscii a fare niente. "Addio..."
lo sentii bisbigliare. Non ci saremmo mai più rivisti, questo era certo... Mi
sentivo male , malissimo. Ferita profondamente.... Di recente, poi, avevo uno strano dolore alla pancia, che si faceva ogni giorno più forte...Il mio ventre si gonfiava sempre di più, e a tratti sembrava anche muoversi. Poi, capii... "Sono
incinta...sto per diventare mamma!" esclamai. |