- La storia di Camilla -
*°By Tiziacat°*
|
^ La piccola biografia di
una gattina ^
Passarono
altre due settimane, e venne il momento tanto atteso.
Era una notte di pioggia, con tuoni e fulmini. Milly cominciò ad avvertire dei
dolori alla pancia molto forti, uniti a fitte di dolore. Cercò immediatamente
un rifugio dal temporale. Fu fortunata: trovò una tana di volpi abbandonata e
si nascose lì dentro, tremante ed emozionata. Cominciò a mettere al mondo il
primo cucciolo, fra mille sforzi. Quando finalmente vide apparire la sua
testolina, si sentì risollevata, e, mettendocela tutta, spinse di più e il
piccolo uscì completamente. Con tutto l'amore di una brava mamma, cominciò
immediatamente a ripulirlo,
tagliò con i denti il cordone ombelicale, e spinse
il neonato verso le mammelle. Felicissima, incominciò a fare le fusa, ma fu
subito interrotta da altre doglie. Nacquero altri due cuccioli, Milly
ripeté
la serie di operazioni eseguita con il primo
nato e riprese a fare le fusa, non
smettendo però di leccarli e pulirli. Decise
di chiamare il primo cucciolo, che era una femmina, Camilla, gli altri due, che
erano dei maschi, Sale e Pepe. Cominciò per Milly un periodo di grande fatica:
come per tutti gli animali, anche per i gatti accudire i cuccioli richiede
grande fatica. Non usciva quasi mai a cacciare come faceva di solito, tutte le
sue attenzioni erano dedicate ai cuccioli. Due settimane dopo la nascita i
micini cominciarono ad aprire gli occhi e a distendere le orecchie,
fino
ad allora piegate. Aprire
gli occhi sul mondo, per Camilla, fu una scoperta del tutto nuova: le si poneva
davanti un universo che le era stato fino a poco tempo prima sconosciuto. Vicino
alla rudimentale tana dov'era nata,
ovvero
un tronco d'albero cavo e alcuni legnetti, c'era un immenso prato colorato, con
papaveri, margherite, viole e tantissimi altri fiori. Lei avrebbe desiderato
tanto andarci, ma non aveva ancora imparato a camminare, e ogni volta che
cercava di reggersi sulle zampe cadeva a terra. Sua madre, quasi come per
incoraggiarla, la tirava su teneramente con il musetto e la teneva con una
zampa, sorreggendola amorevolmente. Allora Camilla si metteva a fare le fusa e
tornava a dormire vicino alla pancia calda della madre. Anche i suoi fratelli,
miagolando e protestando ogni volta che cadevano, provavano ad alzarsi in piedi.
Camilla, per niente scoraggiata dagli insuccessi, decise di riprovare. Qualche
giorno dopo, quasi incredula, riuscì a restare in equilibrio sulle quattro
esili zampette, e, felice, cominciò a muovere i primi passi. Presto imparò a
correre per tutta la tana, facendo disperare sua mamma Milly, che non ce la
faceva più a starle dietro, e a giocare con i suoi fratellini, anch'essi ormai
in grado di camminare. Si divertiva tantissimo, e sul suo visetto da micia
regnavano sempre l'allegria e la spensieratezza. Quando
i micini ebbero un mese e mezzo d'età, Milly si rese conto che ormai non erano
più vulnerabili come quando erano appena nati,
si
convinse che poteva fidarsi a
lasciarli soli, e decise di andare a caccia, dopo aver fatto ai suoi piccoli
mille raccomandazioni. Camilla
allora, decise di uscire per la prima volta nella sua vita dalla tana,
nonostante le fosse stato più volte vietato dalla madre. Si alzò dall'angolo
dove stava dormendo, e, spingendo Sale e Pepe a fare altrettanto, si avviò
verso il buco rotondo che costituiva l'entrata della tana. Uscire fu più facile
di quanto avesse mai pensato: il buco era molto grande e lo sforzo che dovette
fare per saltare fuori minimo. Appena fu fuori, Camilla respirò l'aria fresca e
profumata che caratterizzava quel boschetto e si mise ad aspettare che anche
Sale e Pepe uscissero dalla tana. Quando apparvero, si mise a giocare con loro,
rotolandosi fra l'erba profumata del campo e correndo veloce. Sale e Pepe, che
non sapevano ancora correre bene come lei, faticavano a starle dietro, e ad un
certo punto si fermarono, esausti e con la lingua di fuori. Camilla, quando non
li sentì più dietro di
sé,
si fermò. Si guardò intorno e si rese conto che non c'erano più. Cominciò a
chiamarli e a miagolare disperata, ma non ottenne risposta, cercò anche di
ritrovare la strada di casa, ma non riusciva a ricordare da che parte era
arrivata. In preda al panico, cominciò a vagare per il bosco, sperando di
intravedere sua madre, la tana o i suoi fratelli. Si fece buio, e Camilla,
stremata, si gettò esausta su una roccia, per riposarsi e dormire. Ma, per
quanto tentasse, non riuscì ad addormentarsi, in quanto, non avendo mangiato
niente, aveva fame e le brontolava lo stomaco. Si
mise alla ricerca di qualcosa da mangiare, ma non trovò altro che bacche e
frutti vari, cibo inadatto a un animale carnivoro come il gatto. Ad un certo
punto, però, le sembrò di sentire nell'aria un prelibato profumo d'arrosto, e
si mise a seguire quell'odore, come ipnotizzata. Così facendo, si diresse verso
una casa di contadini, che vivevano lì vicino. Il profumo veniva dalla cucina:
all'interno dell'angusta stanza c'era un grande tavolo di legno con al centro un
vassoio contenente un polletto arrosto e della polenta.
Camilla, senza pensarci due volte,
entrò dalla finestra e saltò sul tavolo, e, proprio quando stava per tirare un
morso alla leccornia, irruppe nella stanza una creatura che non aveva mai visto.
Era grande, molto più alta di lei, grassa, con lunghi peli biondi sulla testa e
priva di pelliccia sul resto del corpo. Appena si accorse della presenza della
micina, lanciò un urlo e, Camilla, terrorizzata, si dette alla fuga. La donna,
prontamente, chiuse la finestra proprio quando Camilla, con un balzo, stava per
saltare fuori, e, avendo già preso lo slancio, non riuscì a fermarsi e andò a
sbattere contro il vetro. Stordita, cadde sul davanzale, svenuta. Quando
si risvegliò vide intorno a
sé
le sbarre di una piccola gabbietta metallica. Terrorizzata,
si
alzò in piedi, e rimase per un
momento in silenzio.
Poi
cominciò a miagolare a tutto spiano,
poiché
aveva paura e voleva uscire di lì. Si trovava nella cucina da dove era entrata,
e, al centro della stanza, c'erano la padrona di casa e suo marito che
discutevano, seduti a tavola e mangiando il pollo. "Che
ne facciamo di quella bestiaccia?" chiese l'uomo. Dopodiché,
dopo aver riposto i piatti in un lavandino, i due spensero la candela che
illuminava la stanza e andarono a dormire, lasciando Camilla sola e
terrorizzata, e, per giunta, senza nemmeno darle qualcosa da mangiare. Camilla,
affamata e triste, gemeva e piangeva, chiedendosi "Ma
perché,
perché, perché
non sono rimasta nella tana?!? E' soltanto per la mia irrefrenabile curiosità e
disobbedienza che adesso mi ritrovo qui dentro!!! A quest'ora potrei essere
nella tana insieme a mia mamma, Pepe e Sale! Ih ih! Ih ih!!!" Continuò a
lamentarsi e a
singhiozzare così per molto tempo,
finchè non vide comparire nella stanza l'uomo, in camicia da notte, con un
bastone in mano, che gli gridò: "Sta' zitto, gattaccio! O ti farò
assaggiare il bastone!", e, così facendo, picchiò forte il bastone sulla
gabbia facendola tremare tutta. Camilla, allora, spaventata, stette zitta e,
piangendo silenziosamente, si raggomitolò nel poco spazio della gabbia e si
addormentò. Il
giorno dopo fu svegliata dal solito bastone che batteva rumorosamente sulla
tetto della gabbia.
Non
ricordandosi di essere chiusa lì dentro, batté la testa contro il soffitto. L'uomo
si sedette a tavola, fece colazione con il resto del pollo arrosto della sera
prima, dopodiché
prese la gabbia e l'avvolse sotto un panno di canapa, così
spesso
da non far passare nemmeno la luce. La povera Camilla, al buio lì sotto, oltre
ad avere un caldo terribile, era letteralmente terrorizzata, e si sentiva
impotente e sola. "Ciao,
Gilda. Fammi trovare il pranzo pronto, come al solito"
disse, uscendo. L'uomo,
tenendo in mano la gabbia e senza curarsi minimamente delle condizioni della sua
prigioniera, anzi, sballottandola, si incamminò verso il paese lì vicino,
dove, al mercato, avrebbe potuto venderla. Camilla, imprigionata nella gabbia,
se ne stava raggomitolata in un angolo, tenendosi al pavimento per non cadere,
non osando miagolare per paura di ricevere bastonate. Non aveva mai avuto tanta
paura, e si chiedeva che fine avrebbe fatto. Dopo un periodo di tempo che le
sembrò eterno, l'uomo giunse in paese. Si diresse subito verso il mercatino
della piazzetta, piuttosto rudimentale, essendo costituito soltanto da alcuni
banconi in legno e da gabbie e cassette con ogni sorta di animali e merce. Si
sedette su una roccia, proprio al centro della piazza, e si mise a strillare:
"Gattoooooo! Vendo gatto!!! Chi vuole un gatto?!??". Si fece subito
avanti una donna, molto chic, con una borsa in pelle e una pelliccia di
visone,
che chiese: "Potrei vederlo? Vorrei un tranquillo gattino di razza."
L'uomo tolse il panno di canapa e Camilla vide finalmente la luce del sole e,
per la sorpresa, ringhiò. "Oh, no! Non è il gattino che fa per me!"
- disse la donna spaventata "Ringhia, non sembra affatto tranquillo, è
tutto pelle e ossa e per giunta non è di razza, è solo un meticcio.
Arrivederci!" - aggiunse, e se ne andò. L'uomo, arrabbiatissimo con
Camilla poiché
aveva osato ringhiare e quindi le aveva fatto perdere una possibile cliente, aprì
la gabbia, tirò fuori, con la mano avvolta in un guanto per non farsi
graffiare, la micina terrorizzata e prese il bastone. Camilla aveva tanta paura,
e, più cercava di scappare e di sgusciare fuori dalla mano più quella si
stringeva sul suo corpicino. Quando vide l'ombra del bastone venirle
addosso
si sentì perduta, e chiuse gli occhi, preparandosi al peggio. Ma, proprio in
quel momento, comparve una ragazzina. "Ehiiiiii!"
gridò, arrabbiatissima. - "Come vi permettete di trattare un gattino così?
Non vi rendete conto che è un essere vivente proprio come voi? Cosa fareste voi
se foste preso a bastonate?!? Eh, cosa fareste?? Meritereste una denuncia! E se
adesso me ne andassi, e vi lasciassi quel povero gattino, voi cosa fareste? Di
sicuro dimenticherete tutto ciò che ho detto e riprendereste a bastonarlo più
di prima!" - disse, più arrabbiata che mai. L'uomo rimase lì, fermo,
tenendo stretta in pugno la gattina, ma lasciandosi cadere il bastone di mano
per la sorpresa. "Datemi
subito quel gattino! Non sono una ladra, ve lo compro, anche più di quanto vale
dopo quello che gli avete fatto! Eccovi 20
monete
di bronzo, e siete fortunato se non
vi denuncio! Arrivederci..."
- Disse la ragazza, prendendo bruscamente di mano
Camilla
all'omaccione.
Si allontanò
in fretta,
incamminandosi verso casa.
L'omaccione rimase seduto sulla roccia, sbigottito, incapace di reagire,
poiché
pensava di poter vendere il micio per una cifra molto più elevata, e già
pensava alla collera di sua moglie, che, con
20
monete, non avrebbe potuto comprare
nemmeno una collana di perle finte. La
ragazzina, di nome Serena, aveva dodici anni ed amava tantissimo gli animali,
fin da piccola. Cominciò
per Camilla un periodo spensierato. Giocava, si divertiva, viveva nelle
agiatezze. Aveva tutto ciò che desiderava: pappa, giocattoli, coccole della
padroncina...ma le mancava tantissimo sua madre. Passava ore e ore dietro la
finestra, miagolando e sperando di vederla tornare, ma invano; di questa
nostalgia invece non soffrivano i suoi fratelli. Passarono
dei mesi, e Camilla divenne una gattina molto robusta, agile, e soprattutto
intelligentissima. Serena spesso la portava fuori, lanciava un bastoncino e lei,
proprio come un cane, glielo riportava, ma non solo, lo rilanciava in aria e
lasciava che fosse la sua padroncina ad andarlo a prendere. Molto spesso correva
insieme a Serena, in mezzo ai prati sconfinati dov'era nata, si divertiva un
mondo a rotolarsi fra l'erba con lei e i suoi fratelli, ad acchiappare le
farfalle colorate che in quel periodo ravvivavano i prati e ad annusare l'aria
profumata. Camilla
raggiunse il famoso prato ricco di fiori dove aveva appena giocato e poi cercò
la tana dov'era nata. La trovò quasi subito, ma era vuota. All'interno c'era
solo un ciuffo di peli di Milly, nient'altro. Proprio
in quel momento Camilla sentì lo stesso odore di pollo arrosto di quando era
stata catturata, ma stavolta non lo seguì,
poiché
non aveva fame e sapeva che sarebbe potuto
accaderle
qualcosa di molto brutto. Sì,
proprio Milly! Avrebbe
voluto gettarsi fra le sue braccia, ma le sbarre della gabbia glielo impedivano,
così si limitò a leccarle il nasino. Continuarono a miagolare e a fare le fusa
per un bel po'. Poi, Camilla chiamò con un miagolio Serena che, cercando di
fare meno rumore possibile, entrò nella stanza. Cercò la chiave della gabbia,
ma, durante la sua ricerca, sentì dei passi pesanti. Allora non esitò: lasciò
perdere tutto e prese con una mano la gabbietta con Milly e con l'altra Camilla,
e si precipitò fuori dalla finestra, correndo all'impazzata, appena in tempo
per non farsi sorprendere dall'omaccione. Quando
giunse a casa, stanca morta per la corsa e con i vestiti inzaccherati di fango
e con diverse spine infilzate nella mantellina,
pensò subito a un modo per liberare Milly dalla gabbia. Dapprima cercò di
forzare la serratura con un fermaglio che aveva fra i capelli, poi provò con le
altre chiavi di casa, ma la gabbia continuava a rimanere ermeticamente chiusa.
Milly, all'interno, ringhiava, non sapendo ancora se poteva fidarsi o no di
quella ragazza. Non sapendo più cosa fare, Serena decise di rivolgersi ai suoi
genitori. Entrò nel soggiorno, e li vide seduti sul divano, intenti a
chiacchierare. Appena entrò, si girarono e la guardarono, perplessi. Piena
di fiducia, Serena lo seguì, suo papà la condusse nel seminterrato, dove
c'erano i suoi attrezzi. (suo padre faceva il falegname). Così,
quella piccola famiglia di gatti fu ricomposta: Milly imparò presto a fidarsi
delle persone e fu contentissima di rivedere suo marito Black. Così,
dopo qualche mese, rimase incinta..... E,
due mesi dopo la notizia, mise al
mondo cinque splendidi micini, circondata dagli affetti familiari, felini e non.
Camilla e Andy |