- La storia di Camilla - 

*°By Tiziacat°*

^ La piccola biografia di una gattina ^

  Milly, una micia randagia a macchie nere, viveva libera, e non aveva mai conosciuto l'uomo, nè tantomeno sapeva dei pericoli delle città e degli insediamenti umani. Un giorno, passando come al solito su un sentiero in terra battuta, vide su un muretto ricoperto di muschio un gatto nero molto paffuto, e se ne innamorò. Nonostante fosse molto timida, si avvicinò per conoscerlo: la simpatia fra i due fu immediata e spontanea, e Milly scoprì, chiacchierando, che aveva molte cose in comune con lui. Stettero insieme per un certo periodo, e, dopo qualche tempo, Milly seppe che l'amore che provava per lui era ricambiato. Così, dopo poco tempo, rimase incinta. Impossibile descrivere la gioia che provò quando se ne accorse. Anche il gatto che aveva conosciuto, che si chiamava Black, ne fu entusiasta. Stranamente, però, quando Milly arrivò ad un mese e mezzo di gravidanza, Black sparì misteriosamente. Inutili furono le numerose ricerche della gattina, che era disperata all'idea di partorire senza Black accanto, senza nessuno che potesse aiutarla in caso di difficoltà. E, più passavano i giorni, più sentiva dentro la pancia, che si era fatta sempre più pesante, dei piccoli movimenti; tuttavia non perdeva le speranze e aspettava ansiosa il suo ritorno.

Passarono altre due settimane, e venne il momento tanto atteso. Era una notte di pioggia, con tuoni e fulmini. Milly cominciò ad avvertire dei dolori alla pancia molto forti, uniti a fitte di dolore. Cercò immediatamente un rifugio dal temporale. Fu fortunata: trovò una tana di volpi abbandonata e si nascose lì dentro, tremante ed emozionata. Cominciò a mettere al mondo il primo cucciolo, fra mille sforzi. Quando finalmente vide apparire la sua testolina, si sentì risollevata, e, mettendocela tutta, spinse di più e il piccolo uscì completamente. Con tutto l'amore di una brava mamma, cominciò immediatamente a ripulirlo, tagliò con i denti il cordone ombelicale, e spinse il neonato verso le mammelle. Felicissima, incominciò a fare le fusa, ma fu subito interrotta da altre doglie. Nacquero altri due cuccioli, Milly ripeté la serie di operazioni eseguita con il primo nato e riprese a fare le fusa, non smettendo però di leccarli e pulirli.

Decise di chiamare il primo cucciolo, che era una femmina, Camilla, gli altri due, che erano dei maschi, Sale e Pepe. Cominciò per Milly un periodo di grande fatica: come per tutti gli animali, anche per i gatti accudire i cuccioli richiede grande fatica. Non usciva quasi mai a cacciare come faceva di solito, tutte le sue attenzioni erano dedicate ai cuccioli. Due settimane dopo la nascita i micini cominciarono ad aprire gli occhi e a distendere le orecchie, fino ad allora piegate.

Aprire gli occhi sul mondo, per Camilla, fu una scoperta del tutto nuova: le si poneva davanti un universo che le era stato fino a poco tempo prima sconosciuto. Vicino alla rudimentale tana dov'era nata, ovvero un tronco d'albero cavo e alcuni legnetti, c'era un immenso prato colorato, con papaveri, margherite, viole e tantissimi altri fiori. Lei avrebbe desiderato tanto andarci, ma non aveva ancora imparato a camminare, e ogni volta che cercava di reggersi sulle zampe cadeva a terra. Sua madre, quasi come per incoraggiarla, la tirava su teneramente con il musetto e la teneva con una zampa, sorreggendola amorevolmente. Allora Camilla si metteva a fare le fusa e tornava a dormire vicino alla pancia calda della madre. Anche i suoi fratelli, miagolando e protestando ogni volta che cadevano, provavano ad alzarsi in piedi. Camilla, per niente scoraggiata dagli insuccessi, decise di riprovare. Qualche giorno dopo, quasi incredula, riuscì a restare in equilibrio sulle quattro esili zampette, e, felice, cominciò a muovere i primi passi. Presto imparò a correre per tutta la tana, facendo disperare sua mamma Milly, che non ce la faceva più a starle dietro, e a giocare con i suoi fratellini, anch'essi ormai in grado di camminare. Si divertiva tantissimo, e sul suo visetto da micia regnavano sempre l'allegria e la spensieratezza.

Quando i micini ebbero un mese e mezzo d'età, Milly si rese conto che ormai non erano più vulnerabili come quando erano appena nati, si convinse che poteva fidarsi a lasciarli soli, e decise di andare a caccia, dopo aver fatto ai suoi piccoli mille raccomandazioni.

Camilla allora, decise di uscire per la prima volta nella sua vita dalla tana, nonostante le fosse stato più volte vietato dalla madre. Si alzò dall'angolo dove stava dormendo, e, spingendo Sale e Pepe a fare altrettanto, si avviò verso il buco rotondo che costituiva l'entrata della tana. Uscire fu più facile di quanto avesse mai pensato: il buco era molto grande e lo sforzo che dovette fare per saltare fuori minimo. Appena fu fuori, Camilla respirò l'aria fresca e profumata che caratterizzava quel boschetto e si mise ad aspettare che anche Sale e Pepe uscissero dalla tana. Quando apparvero, si mise a giocare con loro, rotolandosi fra l'erba profumata del campo e correndo veloce. Sale e Pepe, che non sapevano ancora correre bene come lei, faticavano a starle dietro, e ad un certo punto si fermarono, esausti e con la lingua di fuori. Camilla, quando non li sentì più dietro di , si fermò. Si guardò intorno e si rese conto che non c'erano più. Cominciò a chiamarli e a miagolare disperata, ma non ottenne risposta, cercò anche di ritrovare la strada di casa, ma non riusciva a ricordare da che parte era arrivata. In preda al panico, cominciò a vagare per il bosco, sperando di intravedere sua madre, la tana o i suoi fratelli. Si fece buio, e Camilla, stremata, si gettò esausta su una roccia, per riposarsi e dormire. Ma, per quanto tentasse, non riuscì ad addormentarsi, in quanto, non avendo mangiato niente, aveva fame e le brontolava lo stomaco.

Si mise alla ricerca di qualcosa da mangiare, ma non trovò altro che bacche e frutti vari, cibo inadatto a un animale carnivoro come il gatto. Ad un certo punto, però, le sembrò di sentire nell'aria un prelibato profumo d'arrosto, e si mise a seguire quell'odore, come ipnotizzata. Così facendo, si diresse verso una casa di contadini, che vivevano lì vicino. Il profumo veniva dalla cucina: all'interno dell'angusta stanza c'era un grande tavolo di legno con al centro un vassoio contenente un polletto arrosto e della polenta. Camilla, senza pensarci due volte, entrò dalla finestra e saltò sul tavolo, e, proprio quando stava per tirare un morso alla leccornia, irruppe nella stanza una creatura che non aveva mai visto. Era grande, molto più alta di lei, grassa, con lunghi peli biondi sulla testa e priva di pelliccia sul resto del corpo. Appena si accorse della presenza della micina, lanciò un urlo e, Camilla, terrorizzata, si dette alla fuga. La donna, prontamente, chiuse la finestra proprio quando Camilla, con un balzo, stava per saltare fuori, e, avendo già preso lo slancio, non riuscì a fermarsi e andò a sbattere contro il vetro. Stordita, cadde sul davanzale, svenuta.

Quando si risvegliò vide intorno a le sbarre di una piccola gabbietta metallica. Terrorizzata, si alzò in piedi, e rimase per un momento in silenzio. Poi cominciò a miagolare a tutto spiano, poiché aveva paura e voleva uscire di lì. Si trovava nella cucina da dove era entrata, e, al centro della stanza, c'erano la padrona di casa e suo marito che discutevano, seduti a tavola e mangiando il pollo.

"Che ne facciamo di quella bestiaccia?" chiese l'uomo.
"Non so. Lo ammazziamo? Voleva rubarci la cena, questo furfante!
Come se non fosse già abbastanza difficile procurarsi da mangiare tutti i giorni! Ci si aggiungono pure i gattacci ladri!" rispose la donna, allo stesso tempo impaurita e piena di ira, battendo un pugno sul tavolo e lanciando un'occhiataccia alla gabbia.
"E se lo vendessimo? Un gatto può valere molti soldi. Può darsi che quello che abbiamo catturato sia di razza...e se lo fosse, ci frutterebbe molti quattrini" rispose l'uomo, sfregandosi le mani con una smorfia crudele.
"Sono d'accordo! Magari finalmente potremo permetterci quella collana
di perle che desideravo tanto!" disse, contenta, la donna.

Dopodiché, dopo aver riposto i piatti in un lavandino, i due spensero la candela che illuminava la stanza e andarono a dormire, lasciando Camilla sola e terrorizzata, e, per giunta, senza nemmeno darle qualcosa da mangiare. Camilla, affamata e triste, gemeva e piangeva, chiedendosi "Ma perché, perché,  perché non sono rimasta nella tana?!? E' soltanto per la mia irrefrenabile curiosità e disobbedienza che adesso mi ritrovo qui dentro!!! A quest'ora potrei essere nella tana insieme a mia mamma, Pepe e Sale! Ih ih! Ih ih!!!" Continuò a lamentarsi e a singhiozzare così per molto tempo, finchè non vide comparire nella stanza l'uomo, in camicia da notte, con un bastone in mano, che gli gridò: "Sta' zitto, gattaccio! O ti farò assaggiare il bastone!", e, così facendo, picchiò forte il bastone sulla gabbia facendola tremare tutta. Camilla, allora, spaventata, stette zitta e, piangendo silenziosamente, si raggomitolò nel poco spazio della gabbia e si addormentò.

Il giorno dopo fu svegliata dal solito bastone che batteva rumorosamente sulla tetto della gabbia. Non ricordandosi di essere chiusa lì dentro, batté la testa contro il soffitto. L'uomo si sedette a tavola, fece colazione con il resto del pollo arrosto della sera prima, dopodiché prese la gabbia e l'avvolse sotto un panno di canapa, così spesso da non far passare nemmeno la luce. La povera Camilla, al buio lì sotto, oltre ad avere un caldo terribile, era letteralmente terrorizzata, e si sentiva impotente e sola.

"Ciao, Gilda. Fammi trovare il pranzo pronto, come al solito" disse, uscendo.
"Contaci! E non vedo l'ora di avere quella collana!" rispose, felice, la donna.

L'uomo, tenendo in mano la gabbia e senza curarsi minimamente delle condizioni della sua prigioniera, anzi, sballottandola, si incamminò verso il paese lì vicino, dove, al mercato, avrebbe potuto venderla. Camilla, imprigionata nella gabbia, se ne stava raggomitolata in un angolo, tenendosi al pavimento per non cadere, non osando miagolare per paura di ricevere bastonate. Non aveva mai avuto tanta paura, e si chiedeva che fine avrebbe fatto. Dopo un periodo di tempo che le sembrò eterno, l'uomo giunse in paese. Si diresse subito verso il mercatino della piazzetta, piuttosto rudimentale, essendo costituito soltanto da alcuni banconi in legno e da gabbie e cassette con ogni sorta di animali e merce. Si sedette su una roccia, proprio al centro della piazza, e si mise a strillare: "Gattoooooo! Vendo gatto!!! Chi vuole un gatto?!??". Si fece subito avanti una donna, molto chic, con una borsa in pelle e una pelliccia di visone, che chiese: "Potrei vederlo? Vorrei un tranquillo gattino di razza." L'uomo tolse il panno di canapa e Camilla vide finalmente la luce del sole e, per la sorpresa, ringhiò. "Oh, no! Non è il gattino che fa per me!" - disse la donna spaventata "Ringhia, non sembra affatto tranquillo, è tutto pelle e ossa e per giunta non è di razza, è solo un meticcio. Arrivederci!" - aggiunse, e se ne andò. L'uomo, arrabbiatissimo con Camilla poiché aveva osato ringhiare e quindi le aveva fatto perdere una possibile cliente, aprì la gabbia, tirò fuori, con la mano avvolta in un guanto per non farsi graffiare, la micina terrorizzata e prese il bastone. Camilla aveva tanta paura, e, più cercava di scappare e di sgusciare fuori dalla mano più quella si stringeva sul suo corpicino. Quando vide l'ombra del bastone venirle addosso si sentì perduta, e chiuse gli occhi, preparandosi al peggio. Ma, proprio in quel momento, comparve una ragazzina.

"Ehiiiiii!" gridò, arrabbiatissima. - "Come vi permettete di trattare un gattino così? Non vi rendete conto che è un essere vivente proprio come voi? Cosa fareste voi se foste preso a bastonate?!? Eh, cosa fareste?? Meritereste una denuncia! E se adesso me ne andassi, e vi lasciassi quel povero gattino, voi cosa fareste? Di sicuro dimenticherete tutto ciò che ho detto e riprendereste a bastonarlo più di prima!" - disse, più arrabbiata che mai. L'uomo rimase lì, fermo, tenendo stretta in pugno la gattina, ma lasciandosi cadere il bastone di mano per la sorpresa.

"Datemi subito quel gattino! Non sono una ladra, ve lo compro, anche più di quanto vale dopo quello che gli avete fatto! Eccovi 20 monete di bronzo, e siete fortunato se non vi denuncio! Arrivederci..." - Disse la ragazza, prendendo bruscamente di mano Camilla all'omaccione. Si allontanò in fretta, incamminandosi verso casa. L'omaccione rimase seduto sulla roccia, sbigottito, incapace di reagire, poiché pensava di poter vendere il micio per una cifra molto più elevata, e già pensava alla collera di sua moglie, che, con 20 monete, non avrebbe potuto comprare nemmeno una collana di perle finte.

La ragazzina, di nome Serena, aveva dodici anni ed amava tantissimo gli animali, fin da piccola. Camilla era spaventatissima anche fra le braccia della sua salvatrice, e non faceva che tremare, ma lei, pazientemente, l'accarezzava e le parlava dolcemente.
"Quante ne hai passate, eh, micino? Quell'omaccione deve averti trattato molto male! Hai fame, eh? Andiamo a casa, così mangerai insieme agli altri miei micini, che ho trovato qui vicino, fuori dal paese! E forse riuscirai a dimenticare questa brutta avventura." e così dicendo, le accarezzò il pancino. Per la prima volta Camilla sentì di potersi davvero fidare di un essere umano, sapeva che quella ragazzina che l'aveva salvata era diversa, e, incredibilmente, cominciò a fare le fusa.
La ragazzina, sentendola, continuò ad accarezzarla dolcemente. Appena arrivò a casa, posò la sua mantellina di lana su un mobile di legno vicino all'ingresso e portò la micina in un'altra stanza: un piccolo soggiorno con un divanetto, un tavolo, delle sedie, e molti mobili e ornamenti di legno; c'era anche un caminetto, vicino al quale si trovava una grande cuccia, alcuni cuscini, delle ciotole
colorate e, dall'altra parte della stanza, una lettiera. Serena depositò Camilla, sorpresa di vedere tutto quel lusso sfrenato di cui godevano i gatti che vivano con lei, dentro la cuccia. E (SORPRESA!) vide i suoi due fratellini, Sale e Pepe; e Black, il suo papà che non aveva mai conosciuto insieme a un altro gattino bianco a macchie marroni, con gli occhi gialli: entrambi dormivano in un angolo. I suoi fratellini invece erano accucciolati in mezzo alla cuccia. La sorpresa di Camilla fu tale che rimase ferma per un momento, incapace di decidere cosa fare, poi però le venne istintivo correre incontro ai suoi due fratelli e ricoprirli di leccatine affettuose, come fecero anche loro. Anche Black fu contento di vedere sua figlia, e il gattino a macchie marroni, che si chiamava Andy, fece subito amicizia con lei.

Cominciò per Camilla un periodo spensierato. Giocava, si divertiva, viveva nelle agiatezze. Aveva tutto ciò che desiderava: pappa, giocattoli, coccole della padroncina...ma le mancava tantissimo sua madre. Passava ore e ore dietro la finestra, miagolando e sperando di vederla tornare, ma invano; di questa nostalgia invece non soffrivano i suoi fratelli.

Passarono dei mesi, e Camilla divenne una gattina molto robusta, agile, e soprattutto intelligentissima. Serena spesso la portava fuori, lanciava un bastoncino e lei, proprio come un cane, glielo riportava, ma non solo, lo rilanciava in aria e lasciava che fosse la sua padroncina ad andarlo a prendere. Molto spesso correva insieme a Serena, in mezzo ai prati sconfinati dov'era nata, si divertiva un mondo a rotolarsi fra l'erba con lei e i suoi fratelli, ad acchiappare le farfalle colorate che in quel periodo ravvivavano i prati e ad annusare l'aria profumata.
Tuttavia, appena tornava a casa, si rimetteva di nuovo dietro la finestra a miagolare. Serena, inizialmente
, non capiva il perché. Poi le venne in mente che la gattina era stata separata da piccolissima dalla madre e che, probabilmente, desiderava tantissimo ritrovarla. Allora decise di farla uscire e di aiutarla nella ricerca.

Camilla raggiunse il famoso prato ricco di fiori dove aveva appena giocato e poi cercò la tana dov'era nata. La trovò quasi subito, ma era vuota. All'interno c'era solo un ciuffo di peli di Milly, nient'altro.
Serena seguiva la sua micina,
oltrepassando piante spinose e pozzanghere di fango, e le chiese, come se fosse una persona: "E' qui che vivevi?" e Camilla miagolando, cercò di rispondere "Sì" anche se l'ostacolo della differenza di linguaggio non è facile da abbattere. Allora decise di cercare nel boschetto, e si avventurò fra gli alberi, seguita come al solito dalla sua padroncina, un po' impacciata dai rami degli alberi che le venivano in faccia. Miagolando dolcemente, chiamava sua mamma, ma non ottenne mai alcuna risposta. Soltanto i versi degli uccelli cinguettanti sembravano farsi beffe di lei.
Cercò ovunque, tornò anche più volte alla tana, ma non trovò nessuno e, ogni volta che la chiamava invano, si sentiva più scoraggiata.
A sera sfiduciata, si sedette su un sasso sporgente e abbassò la testa, piangendo.

Proprio in quel momento Camilla sentì lo stesso odore di pollo arrosto di quando era stata catturata, ma stavolta non lo seguì, poiché non aveva fame e sapeva che sarebbe potuto accaderle qualcosa di molto brutto.
Stava per tornare a casa, quando ebbe un lampo di genio. E se sua madre avesse seguito l'odore? Se fosse stata anche lei catturata dai contadini? Forse, aiutata da Serena, avrebbe potuto salvare sua madre da questa terribile sorte! A confermare la sua ipotesi, giunse, da lontano, un miagolio disperato. Non era abbastanza forte per capire se fosse di Milly o no, ma l'istinto le diceva che doveva fare qualcosa.
Cominciò a miagolare all'impazzata, per invitare la ragazza a seguirla, a saltellare e a strusciarsi contro le sue gambe,
dopodiché, senza darle il tempo di replicare, si mise a correre verso la casa dei contadini, che era lì vicino, e si fermò sotto la finestra della cucina da cui era entrata tanto tempo prima.
"Ma dove mi hai portato, Camilla? Sai che non si entra nelle case degli altri?" le disse Serena, stupefatta. Camilla non la degnò della minima attenzione: aveva in mente un solo pensiero: salvare sua madre. Saltò sul davanzale della finestra, e vide, nonostante l'oscurità, una piccola gabbietta identica a quella dove era stata rinchiusa in fondo alla stanza. Serena rimase nascosta fuori,
perché, entrando, avrebbe di certo svegliato i contadini. Camilla saltò giù, si mise a correre verso la gabbietta e...vide sua madre!

Sì, proprio Milly!

Avrebbe voluto gettarsi fra le sue braccia, ma le sbarre della gabbia glielo impedivano, così si limitò a leccarle il nasino. Continuarono a miagolare e a fare le fusa per un bel po'. Poi, Camilla chiamò con un miagolio Serena che, cercando di fare meno rumore possibile, entrò nella stanza. Cercò la chiave della gabbia, ma, durante la sua ricerca, sentì dei passi pesanti. Allora non esitò: lasciò perdere tutto e prese con una mano la gabbietta con Milly e con l'altra Camilla, e si precipitò fuori dalla finestra, correndo all'impazzata, appena in tempo per non farsi sorprendere dall'omaccione.

Quando giunse a casa, stanca morta per la corsa e con i vestiti inzaccherati di fango e con diverse spine infilzate nella mantellina, pensò subito a un modo per liberare Milly dalla gabbia. Dapprima cercò di forzare la serratura con un fermaglio che aveva fra i capelli, poi provò con le altre chiavi di casa, ma la gabbia continuava a rimanere ermeticamente chiusa. Milly, all'interno, ringhiava, non sapendo ancora se poteva fidarsi o no di quella ragazza. Non sapendo più cosa fare, Serena decise di rivolgersi ai suoi genitori. Entrò nel soggiorno, e li vide seduti sul divano, intenti a chiacchierare. Appena entrò, si girarono e la guardarono, perplessi.
"Mamma, papà...ho trovato quest'altro gattino, è chiuso in una gabbia...l'ho salvato da un contadino cattivo...come faccio ad aprirla?" chiese, ancora con il fiatone.
"Non lo so, cara. Hai fatto davvero una bellissima azione, come per Camilla." disse sua madre.
"Forse io sì. Vieni con me" rispose invece il padre.

Piena di fiducia, Serena lo seguì, suo papà la condusse nel seminterrato, dove c'erano i suoi attrezzi. (suo padre faceva il falegname).
Estrasse da un cassetto una sega, e disse a sua figlia di tranquillizzare la micina. Lei allungò la mano all'interno della gabbia e, Milly, inizialmente la schivava, poi il contatto con essa le piacque, e si raggomitolò in un angolo a farsi accarezzare. Intanto, il papà di Serena aveva cominciato a lavorare. Pazientemente, con una sega, cercava di tagliare parte del soffitto in legno della gabbia. Il lavoro fu lungo e faticoso: il legno era molto spesso e resistente, ma, finalmente, mezz'ora dopo, Milly
poté riassaporare la libertà. Appena uscì da lì, abbracciò sua figlia, e una lacrima le bagnò il pelo di una guancia.

Così, quella piccola famiglia di gatti fu ricomposta: Milly imparò presto a fidarsi delle persone e fu contentissima di rivedere suo marito Black.

Camilla crebbe ancora, e, con lei, anche la grande simpatia che provava per Andy...
simpatia che presto si tramutò in amore.

Così, dopo qualche mese, rimase incinta.....

E, due mesi dopo la notizia, mise al mondo cinque splendidi micini, circondata dagli affetti familiari, felini e non.

 **FINE**

 

 Camilla e Andy

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