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Le
avventure di un gattino (Modificato)
Prima puntata (Light Celebi)
Un bel giorno d'estate , naque un piccolo gattino . La sua madre però non
lo vuole , e scappa via, questo piccolo micetto dopo alcuni giorni
comincia ad aprire gli occhi , e miagola disperato dalla fame ! Però
qualcuno lo sente , un uomo vestito di nero lo vede , lo prende in mano e
lo mette in un sacco e lo porta via . Il povero gattino continua a
soffrire , quale sarà il suo destino ?
tte in un sacco e lo porta via . Il povero gattino continua a soffrire ,
quale sarà il suo destino ?
Prima
puntata (Kleiacian)
Un
bel giorno d'estate , naque un piccolo gattino . La sua madre però non lo
vuole , e scappa via, e il micetto però disperato non vuola, la supplica
, ma la madre non volle cedere ! Però qualcuno lo sente , un uomo vestito
di nero lo vede , ma non fà niente , dopo due giorni ritorna lo porta al
parco e poi lo mette in un sacco . Il povero gattino continua a soffrire ,
quale sarà il suo destino ?
Altra
puntata (Light Celebi)
Un
giorno di neve durante il periodo di Natale nacque un gattino bianchissimo
, la mamma per quel motivo lo chiamò fiocco di neve ! In effetti , quel
gatto si mimetizzava perfettamente nella neve . Un giorno la gatta andò
alla ricerca di cibo e il suo “marito” rimase a dormire nella loro
tana . Al ritorno vede un uomo nero e il “marito” che lottava contro
di lui , ma inutilmente , alla fine il malintenzionato riuscì a prendere
il gattino . I genitori disperati cercano di seguire la macchina di
quell’uomo ma inutilmente , perché la perdono subito di vista . Quale
sarà il destino di quel gatto ? |
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Il
gatto di scuola
By Kleiacian
Ecco la prima parte:
Erica e Sara,due grandissime amiche,aventi 13 anni,con un carattere
buono e sensibile,bravo in molte cose, un gattino e le due
ragazze,saranno le protagoniste di questa storia.
Tutto incomiciò quando,un pomeriggio Erica e Sara come al solito
uscivano dalla scuola quando videro un gattino,quel gattino era tutto
nero,aparte le zampe bianche e gli occhi verdi,era dolcissimo!
Tutte e due adoravano i gatti,Erica ne aveva una,e Sara ne aveva
uno,quindi presero in braccio il gattino e lo accarezzarono.
Dopo un quarto d'ora il gattino corse via ed Erica e Sara si
incamminarono per casa,quando,giunte a casa,riviedero il gattino sul
giardino che distanziava la casa di Erica da quella di Sara.
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In un
club di gatti...
By
Light Celebi
C’era
una volta … inizio classico , certe volte patetico .. ma ha un suo non
so che quindi ho deciso di iniziare la storia comunque in questo modo .
Dicevo che c’era un club di gatti dove tutti stavano in armonia ! Tra
piccoli battibecchi e tutto il resto rimanevano amici ! C’era un gatto
che aveva il compito di controllare che in quel club tutto andava bene .
Era molto malvisto , lui li rimproverava ogni volta che accadevano
ingiustizie , visto che tutti commettevano delle ingiustizie prima o poi
, si era creato un bel po’ di nemici ! Pochi lo capivano , pochi lo
difendevano . Pochi lo capivano , pochissimi lo difendevano . Però dopo
un po’ tutto si è sistemato . La pace era tornata , il gatto non
aveva più nemici ! Erano felici , felici e contenti . Ma nella vita non
si può mai essere felici e contenti ! Nella vita essere felici
significa saper affrontare i problemi , non significa non averne ! Il
gatto viene portato via dal club , non poteva restare , Non poteva stare
tutto il giorno lì a divertirsi ! Doveva anche svolgere i suoi doveri .
A casa . Non gli permettevano di uscire per andare nel club , non più ,
non fino a quando non avrebbe dimostrato di saper compiere i suoi doveri
e saper capire la differenza tra i momenti di lavorare e i momenti di
divertirsi . Finalmente aveva il permesso di uscire , allora subito
torna felicemente nel club , ma non vede il suo vecchio e adorato club ,
trova un club di gatti dove non c’era più divertimento , non era più
come prima . Andò in un altro club , lì si trovò meglio , non come
nel vecchio , ma meglio . Un giorno un vecchio membro nel club lo chiama
e lo prega di tornare , perché alcuni come lui lo rimpiangevano . Egli
tornò , solo per fare un favore a quel suo amico . Ma quando tornò ,
non era felice come una volta , cercava di non badare a tutte le brutte
cose capitate a quel posto . Ma ad un certo punto andò via ! Preferiva
andarsene ! Non voleva più tornare … non tornerà mai più … ma
nessuno lì dentro lo dimenticherà .
Il finale di questa storia non sarà classico come la fine … nessuno
vivrà per sempre felice e contento . Perché nella vita non si può mai
essere felici e contenti ! Nella vita essere felici significa saper
affrontare i problemi , non significa non averne ! Ricordatelo !
Speriamo solo che i membri di quel club riusciranno a farlo tornare
bello come una volta ….
Fine ?
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Waka-Nagasaki
No Neko
(Un
gatto a Nagasaki)
By
Skeggia
Questa storia l'ho
scritta per il 60° Anniversario dello sgancio della prima bomba atomica
a Hiroshima. Tuttavia, visto che è già passato non me ne rammarico. C'è
ancora il 70°, no?E l'80°, il 90°...
Prima di incominciare la mia storia vorrei presentarmi. Salve mi chiamo
Waka e sono un gatto. Nome bizzarro vero?Significa “poesia Giapponese.
Me lo ha dato il mio padrone Arabashi. Lui era militare, io gatto. Lo so
che non è una professione però un titolo ce lo vorrei avere anche io,
no?Ok, non convince nessuno…Detto tutto è il caso che io cominci a
raccontare la storia…Ah, lo so non è una grande introduzione ma mi
viene così, esigenze di editore, ecco…
1936, Giappone, Nagasaki.
Il mio nome è Waka(già lo sapete nevvero?)sono un bel maschio
rossiccio. Sono nato il 6 Agosto del 1936 in una cucciolata di 7
gattini. Mamma era affettuosa e mi ripeteva sempre che un gatto a un
orgoglio da difendere con le unghie con i denti. Lei apparteneva (e
quindi pure io) a un vecchio signore Arasuke che lavorava al Cantiere
Navale della Toyota. Diceva di essere un inge…un inge…Vabbè, troppo
complicato!Insomma era sposato ed aveva un figlio Arabashi.
Io avevo l’abitudine di ritrovarmi con i miei amici e con i miei
fratelli quando a 7 mesi mamma ci disse che oramai eravamo troppo grandi
per stare con lei e che lei ci avrebbe comunque amati. Andò in calore e
ebbi altri 4 fratellini. A vederli mi ricordavo quando a quasi 2 mesi
volevo ancora ciucciare il latte da mamma e così mi misi sotto(mamma
però non voleva)gli morsi talmente forte che lei per l’ira finì per
mordermi seriamente sulla coda!Bei ricordi quelli…Comunque io vivo con
mamma e i miei 6…cioè 10 fratelli che poi diventarono 17 eccetera
eccetera…Arasuke aveva un bel daffare con noi!Non ci voleva dar via
perché per loro noi siamo sa…cioè…come era…Ah, sacri. Non ho mai
saputo cosa possa significare ma l’importante è che sia una cosa
positiva, no?
Agosto 1939, Giappone, Nagasaki.
Il tempo passa e dal mio solito ritrovo nel giardino con gli altri gatti
sento spesso Arasuke che parla ad Arabashi, in modo molto preoccupato.
Arabashi a 17 anni e Arasuke oramai è molto stanco per l’età.
Un giorno del ’39 lo sentii parlare in modo particolarmente
preoccupato al figlio come quando si sta per dire qualcosa di molto
importante. Erano seduti davanti al tavolino, sui cuscini. Era presto e
la rugiada ancora brillava al sole del mattino.
-Arabashi, hai sentito la radio?Pare che quell’ Hitler stia armando il
suo esercito per conquistare mezz’Europa!Prima l’Anschluss(Annessione)
all’Austria e poi l’invasione della CecoSlovacchia!E anche la
Moravia e altre regioni stanno per essere invase dalla macchina da
guerra germanica!Del resto anche noi Giapponesi ci siamo dati da fare!Il
Manciukuo è nostro!E presto anche tutta la Cina saranno nostra.
Ricorda:”un Giapponese combatte sempre per la gloria
dell’Imperatore”!Tu che ne dici?-Di cosa?-. Chiese Arabashi: -Tra
poco ti aspetta il servizio di leva obbligatorio!Tra pochi mesi…Farai
parte della Marina Imperiale!A te sono sempre piaciute le navi, no?Del
resto hai preso tutto da tuo padre, eh,eh!- Rispose contento(ma non
troppo)Arasuke.- Si, si, sono molto contento…-. Rispose Arabashi, per
non fare dispiacere al padre -Non ti vedo convinto!-. Ad un certo punto
Arabashi si alza bruscamente facendo rotolare il cuscino e disse ad alta
voce:”Io lotterò per l’Imperatore!”. Più che altro lo fece per
non far dispiacere al padre. Ma a lui non piaceva fare la guerra…
- Molto bene figliolo!-Rispose compiaciuto il padre.
Il pomeriggio di quel giorno vado al solito ritrovo con gli altri gatti,
quello del muretto. E raccontai quel che avevo sentito.
Shiro: E che cos’è un Imperatore?
Shiro era la mia gatta preferita. Il suo pelo era bianchissimo. E mi
piaceva un sacco…
Botolo: Mi pare di aver sentito che è una specie di capo…
Waka:Quindi chi è…Non cos’è…
Botolo era un gatto grosso e paffuto che adorava mangiare e
dormire…Però era uno dei migliori amici che potessi avere…Era il
gatto di un Italiano che era venuto qua a far carriera. Ma
l’inesperienza nella nostra lingua molto complessa non ha fatto che
peggiorare la situazione.
Ai:Ecco quà!Ho trovato!
Botolo:Dimmi che è qualcosa di commestibile!
Waka:Che hai trovato Ai?
Ai era il saggio del gruppo. Era vecchio e grande ma era anche una fonte
inesauribile di perle di saggezza. Aveva quel nome strano perché i suoi
padroni inizialmente credevano fosse femmina…
Ai:Ricordo chi è un Imperatore!E’ il capo del Giappone!In questa
stampa d’epoca c’è raffigurato il nostro attuale
Imperatore…Ehm…Mutsuhito!
Eureka:E quà ti sbagli!
Ai:Come osi contraddirmi!?Voi giovani d’oggi…
Eureka era il sapientone del gruppo!Era incredibile che avesse imparato
a leggere grazie all’enorme libreria del suo padrone!
Eureka:E voi vecchi d’allora!!!Mutsuhito c’è stato almeno 60-70
anni fa!E’stato grazie a lui che il Giappone è diventato quello che
è oggi!Infatti durante l’Epoca Meiji…
Shiro:Ma chi è allora?
Eureka:Ecco qua…Dice…Hiroito.
1° Settembre 1939, U.K., Londra
*RADIO LONDRA*
“Dopo ripetute pressioni sulla Polonia la Germania Nazista di Hitler
attacca senza dichiarazione di guerra lo stato Polacco. In questo
momento le Sturmtruppen tedesche si apprestano ad invadere la città di
Danzica. L’opinione pubblica è stata scossa dall’annuncio. Oramai
si era già capito che Hitler non si sarebbe fermato. Già da quando il
dittatore aveva annesso l’Austria alla Germania e poi all’annessione
dei Sudeti si era capito. E ora ne abbiamo la conferma. In base
all’Alleanza stipulata da Inghilterra e Francia con la Polonia
prevedendo un attacco Tedesco ad essa ora siamo chiamati a combattere
contro la minaccia nazista!Inglesi, lottate per difendere la patria e la
Corona Reale!
Era l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Settembre 1939,Europa
Iniziata la fase della Finta Guerra. Hitler sperava che tutto si potesse
concludere con un blitzkrieg, una Guerra Lampo. Al Fronte Est, quello
Polacco, le truppe tedesche di Hitler invadono la Polonia ad ovest,
quelle Russe di Stalin la parte Est come conseguenza del Patto
Ribbentrop-Molotov che prevedeva la spartizione tra Russia e Germania
della Polonia. Al Fronte Ovest si difende la Francia. Stalin incomincia
l’invasione dei Paesi del Baltico partendo dalla Finlandia.
Aprile 1940, Europa
Le truppe tedesche stroncano in poco tempo le difese Norvegesi e Danesi
conquistando i rispettivi paesi.
Maggio 1940, Europa
-Battaglia di Francia
Le Sturmtruppen Tedesche aggirano la Linea Maginot Francese invadendo
Belgio e Paesi Bassi che pure si erano dichiarati neutrali, e da li
avanzano in Francia conquistando il Nord e facendo fuggire gli Inglesi
da Dunquerke, i quali lasciano tutti i materiali e gli equipaggiamenti.
Il Sud rimane in mano al governo di Vichy.
L’Unione Sovietica completa la conquista del Baltico.
Luglio 1940, Europa
-Battaglia d’Inghilterra
Non trovando modo di trovare la Pace con l’Inghilterra, Hitler fa
bombardare le città Inglesi dall’ aviazione Tedesca, la Luftwaffe. Le
industrie Inglesi si organizzano producendo aerei da combattimento per
dare man forte alla RAF(Royal AirForce)la quale riesce ad avere la
meglio sugli aerei tedeschi grazie allo Spitfire, un aereo leggero e
maneggevole in dotazione all’aviazione Inglese e grazie al Sonar una
nuova invenzione mantenuta segreta dagli Inglesi. Fu il primo, grave
insuccesso della Germania nazista.
L’Italia attacca la Grecia e l’Albania. Così facendo Mussolini
spera di far conoscere l’autonomia d’azione Italiana. I Greci però
resistono e l’Italia chiede rinforzi all’alleato Tedesco che per
questo deve aprire un nuovo fronte, quello meridionale. Invade la
Jugoslavia e vi instaura una governo fantoccio retto dagli Ustascia.
Settembre 1940, Giappone, Nagasaki
In una fredda giornata di Settembre Arabashi si era messo la divisa da
militare. Stava per uscire, e io lo guardavo un po’ preoccupato. Avevo
come l’impressione che non sarebbe mai più tornato. E noi gatti ce
l’abbiamo quello che gli umani chiamano sesto senso!Ah, se ce
l’abbiamo. Prima di uscire mi da una carezza sopra la testa e mi dice
in tono scherzoso:-Fai il bravo e proteggi papà!-. Arasuke appena lo
sentì, gli diede un colpo in testa con un grosso ventaglio e mi disse,
sempre in tono scherzoso:-Casomai siamo noi due a dover badare alla
casa!Eheh!Gli unici uomini di casa, vero Waka?-. Ed ora il suo tono si
fece serio:-Tu invece, vedi di riportare la pelle a casa, hai capito?vai
figliolo e fatti onore. -. Arabashi si voltò. Si incominciò ad
incamminare per una meta sconosciuta. Finchè non scomparì dietro
l’orizzonte. Arasuke si voltò a fissare una vecchia foto che ritraeva
Arabashi da piccolo:-Abbiamo appena firmato il Patto Tripartito. Prima o
poi il Giappone entrerà in Guerra…I Tedeschi sono stati degli
incapaci. Mi chiedo per quanto tempo andrà avanti questa debolezza. -.
Quel giorno andai al solito ritrovo con i miei amici. E parlai loro di
quello che era successo, di Arabashi che se ne era andato
intendo:-Ragazzi dove siete?Ragaaaazziiii!!!-. Urlai io. Dietro un
gruppo di bidoni bucati e piegati si sentirono della voci:-…Dovete
capire che è importante!-. Era la voce di Ai:Ai?Anche voi qui?. Mi
rivolsi ai compagni:-Che succede?Avverto che siete nervosi!E vi si legge
anche in faccia!-. Ai gli si avvicinò e lo invitò a sedersi insieme
agli altri suoi compari:-Waka, sai cos’è la guerra?-. Gli chiese Ai:-
E’ quando…è quando…Gli umani litigano tra loro?E allora altri
umani combattono?-.-Più o meno-. Riprese Ai.”Non ho capito cosa
centri…”:risposi sorpreso.”Non hai sentito che in Europa c’è
una grande guerra?E che potremmo finirci pure noi?-: disse con tono
severo Ai e io lo guardai molto sorpreso:-Ma non so sparare, non lo ho
mai fatto e non lo voglio fare!-. Dissi io molto irritato:-E poi non ho
il pollice opponibile-. Risposi di nuovo sorpreso:-Come se tu sapessi
cos’è il pollice opponibile!Stupido, non ho capito bene cosa abbiano
fatto gli umani ma presto ci ritroveremo la città vuota…-. –Cioè
tutta per noi?-riprese Botolo-. –Botolo, so già a cosa pensi…Lascia
stare-:lo ammonì Ai che si accasciò a terra:- Ai cos’hai?-. Chiesero
tutti preoccupati.- Nulla, nulla…Sono vecchio oramai…-
1941, Europa.
Con l’Operazione Barbarossa, Hitler cerca di invadere la Russia anche
se avevano un Patto. I Russi resistono e l’inverno coglie di sorpresa
i soldati tedeschi costretti ad una clamorosa ritirata.
7 Dicembre,1941
Dopo mesi di preparazione gli uomini dell’Aviazione Nipponica la
mattina della Domenica del 7 Dicembre 1941, con l’aiuto della Marina
Imperiale si apprestarono ad attaccare la Base Militare Statunitense
dell’Arcipelago delle Isole Hawaii. Causa il fuso orario la
dichiarazione di guerra da parte del Giappone arrivò solo pochi minuti
prima agli stati uniti. La Domenica era notoriamente un giorno di riposo
militare e pertanto i congegni antisiluro non erano stati ancora montati
e le difese erano minime. Al grido di “To!To!To!”
(Attacco!Attacco!Atttacco!) il Capitano Fuchida ordina l’attacco e
alla fine di questo “Tora!Tora!Tora!” (Attacco a sorpresa Riuscito!)
8 Dicembre, 1941
Quel giorno mi svegliai più tardi del solito…Arasuke era davanti alla
Radio intenzionato a seguire uno dei soliti programmi radiofonici che
fanno la mattina…Erano solite canzoni sulla patria, boh, io non ci
capisco molto di queste cose…- Ahah!Che colpo ragazzi!-Esultava
Arasuke. Esultava davanti alla Radio, “che la vecchiaia lo stia
rimbecillendo” pensai…Ma esultava per ben altro.
*RADIO*
“…Con una efficace tecnica la nostra Marina Imperiale a depistato
gli stati Uniti facendosi intercettare volutamente con informazioni
errate, e di sorpresa, spiegando tutta la potenza dell’arsenale
aeronavale di cui dispone il nostro Impero, ha attaccato la Marina
Statunitense nella Base Militare nell’arcipelago delle Hawaii, di
Pearl Harbor!Dopo mesi di duro addestramento, l’Ammiraglio Yamamoto,
capo della marina dell’Impero è soddisfatto dei risultati
conseguiti!l’attacco è stato compiuto con un primo attacco a sorpresa
da parte dei 450 apparecchi appoggiati dalla Marina Imperiale che
disponeva di 6 portaerei che li hanno portati fino al largo delle
Hawaii, dai 2 Incrociatori da Battaglia Hiei e Kirishima, da 2
corazzate, 2 Incrociatori pesanti che formavano i gruppo di appoggio
della Marina dell’Ammiraglio Mikava e infine dal gruppo di
esplorazione dell’Ammiraglio Omori…”
Nello stesso momento negli Stati Uniti il Presidente Roosevelt faceva un
discorso alla Nazione sulla prima disfatta degli USA. Il Congresso
approva l’entrata in guerra degli Stati Uniti:
"Ieri, 7 Dicembre, data che resterà simbolo di infamia, gli Stati
Uniti d'America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati
da forze aeree e navali dell'impero giapponese...".
In tutto a Pearl Harbor vi furono 2117 morti, 1200 feriti, caddero in
battaglia 188 aerei e vennero distrutte 5 corazzate statunitensi e 3
furono gravemente danneggiate.
Quel giorno andai al solito muretto. Ad un tratto dei miagolii.
Sembravano per la verità, lamenti. Quello fu uno dei giorni più tristi
della mia vita.- Lo diceva pure lui, Botolo…-, disse Shiro a
Botolo:-Si…Ma…Per me era…uno…dei più cari…-:disse
singhiozzando. –Shiro!Botolo!Che succede?-:intervenne Waka.-
Ai!...-:disse bloccandosi, Shiro.- E’ morto.- Fu un colpo al cuore per
Waka. -Non può essere!Come, quando?-: Chiese incredulo Waka. –
Questa…Mattina!!-:Rispose urlando Botolo. Quella notte i gatti di
tutto il quartiere miagolarono la loro messa da requiem per l’amico
deceduto.
1942-1944
Le truppe Statunitensi ingaggiano una dura guerra contro le forze
Giapponesi per il controllo del Pacifico assestando duri colpi
all’Armata Giapponese che già nei primi mesi del ’42 se la dovrà
vedere con le perdite di 4 Portaerei. Neanche durante la sanguinosa
invasione delle Isole Midway i Giapponesi riuscirono ad avere successo e
la loro avanzata nel Pacifico incominciò a perdere colpi. Inoltre la
Marina USA non risparmia le navi mercantili Giapponesi, così che il
Giappone rimase senza materie prime costringendolo alla difensiva.
In Africa le truppe USA congiunte con quelle del Regno Unito approdano
sulla costa occidentale, portando le forze dell’Asse fuori dal
continente nella celebre Battaglia di El Alamein.
Dalla Sicilia, grazie all’operazione Husky, inizia l’avanzata degli
Alleati, nello stivale.
Il 30 Aprile mentre le truppe Russe entrano a Berlino, Hitler si uccide
e il 7 maggio del 1945 la guerra in Europa era finita. Solo il Giappone
continuava a combattere nel Pacifico.
L’Unione Sovietica, in seguito, attaccherà i possedimenti Giapponesi
in Manciuria, dichiarando guerra al Giappone. Nel Maggio ’45 un
attacco aereo distrugge Tokyo con l’ausilio di bombe incendiarie.
Giappone, Nagasaki, 6 Agosto, 1945,
Erano le 8,10. Quella mattina Arasuke usciva per cogliere i frutti degli
alberi nel giardino. Arabashi, non si faceva più sentire. Non una
lettera. Non una sua telefonata. Eppure fino a 4 anni prima ne faceva.
Una alla settimana per sapere come stava il padre e come stava Waka…-Gli
unici due uomini siamo noi, Waka!Dai, bello, vieni?!- e io lo seguii,
come ogni mattina!Ogni mattina Arasuke usciva così presto a raccogliere
la frutta nel suo giardino. Un albero al giorno, dato che ce ne erano
tanti. Erano all’incirca 50. E se qualcuno criticava lui se ne usciva
con la frase:”per ogni albero di cui raccogli la frutta un altro se ne
ricarica”. Mah!Ad un tratto sentii un fremito. Un nervosismo mai
venuto prima d’ora. Un presentimento. Ma cosa era?
Nagasaki,ore 8,15.
Ad Hiroshima compaiono all’improvviso tre B-29 dell’aviazione USA.
Uno di essi fermò i motori, scese in picchiata sul centro della città,
sganciò una bomba, e velocemente fece una virata allontanandosi a tutta
velocità. Perché sganciare una sola bomba e scappare ?Il motivo era la
bomba. Il risultato del progetto Manhattan a cui in segreto avevano
collaborato i più grandi fisici di allora, da Fermi a Einstein, era
sopra i loro occhi: FatMan, la prima Bomba Atomica sganciata e usata per
scopi militari.
La bomba cadde lasciandosi una scia rossa e, un minuto e mezzo dopo a
570 metri, esplose in una sfera di fuoco del diametro di 60 metri e
della temperatura di 300.000 gradi. Verrà definito, in seguito, un
piccolo sole. Simultaneamente si leva a 9000 metri di altezza il fungo
atomico, una colonna di fumo bianco radioattivo. Un quarto d’ora più
tardi incominciò una pioggia radioattiva, densa e vischiosa, che fece
precipitare le particelle radioattive di cui era carica la nube. Nel
raggio di 2 Kilometri e mezzo persero la vita più di 70.000 persone.
Alcune di quelle rimaste vive ebbero più o meno la stessa sorte ad anni
e anni di distanza. In meno di un’ora una città venne rasa al suolo.
Il Giappone era angosciato, ma non si perdeva d’animo. Cercava da anni
di trovare uno spiraglio per uscire con onore dalla guerra.
Quell’onore che gli fu fatale.
Nagasaki, 9 Agosto, 1945.
Arasuke era angosciato. Sapeva che siccome il Giappone non si era
arreso, gli Stati Uniti avrebbero prima o poi sganciato un’altra di
quelle bombe. –Per una volta…-:disse parlando tra se e se:- Dovremmo
mettere da parte l’onore…-. Concluse:- Siamo già stati disonorati
abbastanza. I nostri figli sono caduti in battaglia.-: Sfilò dalla
custodia la sua satana che gli era stata tramandata di generazione in
generazione. E quella stessa spada sarebbe dovuta andare al figlio. Al
suo unico figlio, Arabashi. Chissà dove era!Morto, vivo, chi lo sa?Io
da gatto fedele, spero che stia tornando a casa…
Nel frattempo negli Stati Uniti, su un B-29, l’Enola Gay(era il nome
della moglie del suo Comandante), viene caricata un’altra bomba
atomica, detta Little Boy. Tuttavia le cose non vanno come dovrebbero si
scopre che la Bomba ha un malfunzionamento e così viene riparata a
bordo dell’aereo stesso. Del resto, era già innescata, e il pericolo
che esplodesse c’era. Inoltre l’aereo aveva poco carburante perché
c’era stata una perdita per la quale non si poteva rinviare la
delicata missione. Infatti per rimediare venne scelta a caso una città
del Giappone:Nagasaki. Infatti all’inizio l’obiettivo era un’altra
città, e per risparmiare carburante si decise che un’altra andava
bene lo stesso, del resto il briefing della missione diceva:”Sganciare
la bomba atomica sul Giappone”. Non ne precisava la città. E così
quella mattina risentii lo stesso nervosismo di 3 giorni prima ma
stavolta era più grande tanto da farlo diventare quasi pazzo!Ma oramai
era troppo tardi. Andai al solito muretto per parlarne e urlai per ore i
nomi dei miei amici ma non c’erano. Il presentimento di prima. Di
nuovo. Appena rientrato a casa con un cesto vuoto, Arasuke, vide per la
prima volta il suo gatto zompargli addosso e miagolare come un ossesso,
cioè io!- Waka!Che fai!-. Mi disse molto arrabbiato e sorpreso. Io gli
dicevo di fuggire, non sapevo da cosa, ma dovevamo fuggire. Però in
preda al panico mi ero dimenticato che lui mi sentiva solo miagolare,
non mi capiva!Oramai era tardi. LittleBoy venne sganciata dall’Enola
Gay dai cieli di Nagasaki.
Colpito al cuore, giorni dopo, il Giappone dichiarerà a resa
incondizionata.
Tra Hiroshima e Nagasaki, 200.000 persone muoiono bruciate
dall’esplosione, oppure contaminate dalle radiazioni, che avevano
effetti anche dopo anni di distanza.
Singolare e drammatica fu la storia di un Ingegnere Navale che lavorava
ai Cantieri Navali della Mitsubishi, ad Hiroshima, il quale dopo
l’esplosione della Bomba Atomica scampò miracolosamente alla morte,
venne curato e portato poi a Nagasaki con un treno:per ironia della
sorte quello fu il suo ultimo viaggio.
Dalla bomba Hiroshima a oggi son oesplose circa 2000 bombe tra atomiche
e ad idrogeno nei test nucleari.
La differenza sostanziale tra le due bombe è che l'atomica usa la
Fissione Nucleare e può distruggere una città intera, e quella ad
Idrogeno detta anche la bomba H, sfrutta la Fusione Nucleare, che uso lo
stesso principio che sfrutta il Sole e può distruggere un area vasta
quanto la provincia di Roma.
Il 6 Agosto del 2005 si è tenuto ad Hiroshima una cerimonia in ricordo
delle vittime della bomba atomica nella speranza che le generazioni
future non ripetano lo stesso errore.
Ancora oggi
molte persone hanno a che fare con gli effetti delle radiazioni.
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Uccelli
By
Mialunare
Un giorno ero in
campagna con papà...ed ad un certo punto abbiamo sentito canticchiare:
da dove viene pa'? mi veniva da dire
ed eravamo arrivati ad un nido di uccellini...erano 4...si 4
passeri(almeno credo,pensate che è successo ben 3 anni fa)...siccome ci
avevano intenerito gli abbiamo dato del cibo...per un attimo non ci
mangiamo le dita!eh?...si,si le dita,erano affamati...
da lontano stava arrivando una passera...loro mamma e noi ce ne siamo
andati altrimenti ci saremo beccati delle beccate!
il giorno dopo c'era la loro mamma:scena stupenda...! stavano mangiando!
non avevo mai visto quello spettacolo!!!per questo ho deciso di
raccontarvelo!
il giorno dopo io mi ero svegliata giusto per vedere gli
uccellini...allora su in macchina e andiammo in campagna!da lontano
vedevamo solo un passero grande,.credevamo volesse la mamma ;)
no!!!erano loro che erano enormemente cresciuti!!!!!
fine prima storia delle tante storie che vi racconterò
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Io sono
un gatto siamese
Storia
di un gatto (s)fortunato...
By
Silvia e Francsca
Io
sono un gatto siamese. Vivo con la mia umana in un grande palazzo, dove
fino a poco tempo fa abitava anche mia madre. Mio padre ebbe tutt’altra
storia e io non l’ho mai conosciuto… vivo. Quando mia mamma era ancora
con me mi diceva che lui era morto sotto una macchina, ma io non le ho mai
creduto. Lei era bellissima, una gatta siamese di razza purissima, ma,
dato che mio padre era un gatto comune, ho ereditato un po’da entrambi.
Ho la stessa corporatura snella e agile di mia madre, col pelo corto e
folto, solo che io ho un ciuffetto di peli neri che mi cade sulla fronte,
quasi a comprirmi gli occhi. Inoltre da mio padre ho ricevuto anche lo
spirito di libertà e indipendenza tipico dei gatti di strada. Ecco perché
non vivevo bene chiuso qui. La mia umana non voleva che uscissi perché
diceva che sarei potuto essere investito o rapito da qualche ladro di
passaggio. Mamma mi metteva in guardia dicendo che anche gli incroci come
me venivano portati via per essere spediti da qualche parte per essere
trasformati in pellicce. Ma io volevo uscire. Dovevo farlo. Non potevo
sapere che cosa sarebbe accaduto dopo e neanche mamma e Glacy, la mia
umana.
Avevo
un piano, che sembrava perfetto. Sarei uscito. Avrei soltanto dovuto
fingere di ferirmi: quando Glacy usciva, controllava sempre che io non la
seguissi (non si preoccupava per mia madre, perché lei non aveva mai
dimostrato il desiderio di allontanarsi da casa); allora mi sarei posto
dietro il muro prima dell’ampio ingresso, senza farmi vedere e, proprio
un attimo prima che lei chiudesse la porta dietro di sé, sarei sgusciato
via, veloce come un razzo. Sapevo, però, che appena se ne fosse accorta,
mi avrebbe ripescato e ricondotto dentro. Ecco perché avrei rallentato
passando in mezzo alla porta, così che lei credesse di avermi ferito. Ma
quando ci si fa male apposta, il dolore è minimo, così, appena si fosse
avvicinata a me per controllare il mio stato di salute, io avrei preso a
correre all’impazzata, seminandola senza problemi (i bipedi sono
talmente lenti!). Ma non andò per niente secondo i miei piani: preso
dall’eccitazione dopo aver controllato nei minimi dettagli il mio
progetto, andai sul davanzale di una delle numerose finestre attraverso le
quali entrava la luce argentata della luna. Passai attraverso la grata e
mi fermai lì, per non cadere. Osservavo il cielo luminoso di stelle e la
luna, grande, quella notte, come non mai. Sarei rimasto lì in eterno, se
non avessi sentito un rumore alle mie spalle: era Glacy che entrava nella
sua camera da letto, con indosso la sua camicia da notte preferita,
azzurra a pois gialli chiari. Quando mi vide sul bordo della finestra
aperta, con le zampe anteriori oltre la grata, si spaventò a morte,
pensando forse che mi sarei buttato o sarei scivolato. Così, in preda al
panico, iniziò ad urlare e corse per portarmi “in salvo”; ma io fui
ancora più terrorizzato da quelle urla agghiaccianti e, preso alla
sprovvista, feci un solo passo indietro e precipitai giù per sette degli
otto piani del palazzo. Pensai che sarebbe stata la fine per me.
Intorno
a me aleggiava il silenzio e la luna argentata illuminava la foresta ai
piedi dell’abitazione. Nonostante ciò, la luce si fermava prima della
porta d’ingresso, poiché a coprirla stavano le chiome degli alberi da
frutto di Glacy.
Non
atterrai sulle foglie, ma, sfortunato me, proprio in mezzo a due meli. O
ameno così credetti. Non sentii alcun tonfo, nessuno schianto. No. Non
era quella la mia ora. Aprii piano gli occhi, uno alla volta. Fui sorpreso
di vedermi in braccio ad un grande uomo in nero, con i guanti alle mani e
un cappuccio scuro sulla testa. Aveva gli occhi che luccicavano nel buio
della notte dove potei scorgere rabbia e cattiveria. L’uomo non parlò,
si limitò a sorridere, col ghigno illuminato dalla forte luce della luna.
Ero atterrito. Chi era quello? Che cosa voleva da me? Perché non suonava
il campanello e non mi riportava in casa dalla mia umana? No, mi prese
stringendomi a se e si allontanò furtivamente. Probabilmente la mia umana
mi stava cercando fra le fronde dall’alto della sua finestra, prima di
scendere a chiamarmi. Troppo tardi. L’uomo si era già dileguato nel
nulla portandomi con sé in quella che, forse, era una macchina rubata.
Io
miagolavo con tutta l’aria che avevo in corpo “Lascimi andare! Cosa
vuoi da me?”. Mi sbattè poi in una piccola scatola di plastica nera e
mise in moto. Lui guidava fischiettando allegramente. Era un rapitore. Nei
fui certo quando mi scaricò in una vecchia catapecchia piena di altri
animali. Mi pose in un’angusta gabbia di metallo, tutta arrugginita,
seza neanche un asciugamano sotto le zampe. Notai che il metallo era
sporco di sangue ormai rappreso; era situata all’esterno, dove il freddo
mi stava indurendo i muscoli e immobilizzando le ossa sottili. Per stare
tutto dentro la gabbia dovevo stare acquattato, come per preparare un
agguato. Dopo qualche tempo che stavo rintanato lì, il ferro mi lacerava
i teneri polpastrelli delle zampe, che sanguinavano continuamente,
procurandomi un dolore atroce. Non mi davano mai da mangiare, infatti in
quel periodo ero dimagrito a tal punto, che le mie costole avrebbero
potuto uscire dal mio corpo. Oltretutto, non potevo dormire assordato
dalle grida degli altri animali e terrorizzato dall’uomo che ogni tanto
varcava la soglia della porta e picchiava tutti quelli che non facevano
silenzio. Se anche non fossi morto, sarei comunque impazzito.
I
giorni passarono lentamente, un’ora mi sembrava lunga almeno quanto
l’infinito. L’uomo mi teneva al freddo per infoltire il mio pelo,
perché i commercianti altrimenti non mi avrebbero mai portato via. Un
giorno lo vidi arrivare con la scatola dove ero stato chiuso: ne uscì una
gatta, una siamese come me, bellissima, ma negli occhi aveva il terrore.
Era mia madre. Lei prese a graffiarlo con tutta la sua forza, artigli come
pugnali sporchi di sangue. L’uomo la sbattè in una gabbia identica alla
mia e me la mise accanto. “Mamma…”
“Mentos?
Mentos!! Sei tu? Come sei finito qui? Ti hanno fatto male?” poi vide le
mie ferite sanguinanti, sobbalzò leggermente e cercò di raggiungermi con
la lingua attraverso la grata, ma si sforzò inutilmente.
“Ha
preso anche te… Come…”
“Ero
usita a cercarti! Glacy e io eravamo preoccupate seriamente e, nonostante
lei avesse perso ogni speranza di ritrovarti…vivo, io sono venuta a
cercarti. Sei sempre stato qui?” Dopo che le ebbi spiegato le cose come
stavano, lei sembrò cercare tutto il suo coraggio per parlarmi.
“Tuo
padre… AH!!” L’uomo l’aveva presa e con lei anche me. Ci portò
nella scatola, che a confronto della gabbia dove eravamo prima, sembrava
il Paradiso. Ci buttò in macchina e del viaggio non ricordo molto.
Probabilmente mi addormentai, ma non fu un sonno tranquillo, per niente.
Al mio risveglio io e mia madre ci ritrovammo in quello che sembrava uno
sgabuzzino, pieno di roba tutta ammonticchiata in qualche modo. Sentivo
dei miagolii sconosciuti e mi accorsi che oltre a noi c’era almeno una
cinquantina di altri animali e gatti. Si udiva chiaramente un sottofondo
che somigliava ad un fortissimo ronzio.
“Mi
dispiace. E’ tutta colpa mia… Mi dispiace…” Io piagnucolavo fra
me, ma la mamma doveva avermi sentito, perché ad un tratto prese a
leccarmi dolcemente fra le orecchie, per consolarmi.
“Cosa
mi stavi dicendo, prima, su… mio padre…?”
“Vedi,
tuo padre…” e il suo discorso fu nuovamente interrotto sul nascere.
Sentimmo come una scossa nel terreno e vedemmo un fascio di luce molto
forte entrare nella buia stanza. Arrivarono degli uomini in tuta blu, che
cominciarono a scaricare roba, compresi noi. Dalle sbarre della scatola
potevamo osservare un paesaggio totalmente nuovo, mai visto prima di
allora. Ero nervoso come poche altre volte, con gli artigli sguainati e
quando un uomo cercò di tirarmi fuori della scatola con mia madre, io lo
graffiai ripetutamente. Allora fui picchiato duramente dalla mano furiosa
di quel tipo. Alla fine fui costretto a cedere. Rimasi apparentemente
tranquillo per tutto il resto del tempo, fino a che non fummo portati in
una stanza avvolta dalla penombra piena di gabbie come quelle dove fummo
segregati da quell’uomo senza cuore. Fummo riposti in una simile anche
noi, insieme, stavolta. Le immagini di due persone mi apparvero confuse,
perché, nonostante avessi dormito durante il viaggio, mi sentivo stanco e
gli occhi mi si chiudevano in continuazione.
Passò
del tempo, anche se non saprei dire quanto neppure ora, nelle stesse
condizioni del luogo dove ci trovavamo prima.
Un
giorno un omino, piccolo piccolo venne ad aprire la nostra gabbia e tirò
fuori mia madre, mentre io ero combattuto fra sentimenti in forte
contrasto fra di loro, confusi e mescolati insieme; così rimasi lì,
senza opporre resistenza. Ad un tratto l’indecisione fu sbattuta via,
come si butta via l’immondizia. L’ometto prese mia madre per la coda e
cominciò a sbatterla con tutta la forza che aveva nel suo tozzo corpo.
Lei gridava e miagolava, con strida acute e terrorizzanti. Era la visione
più orripilante che avessi mai osservato. Il mostro ogni poco le lasciava
la coda per prenderla a bastonate, con un legno che sarà stato pesante
almeno cinque chili, ma per un gatto in quello stato, somigliavano a una
tonnellata. Sentì salire un’adrenalina pazzesca dentro di me. Cominciai
a ringhiare, a digrignare i denti, a scatenarmi senza alcun controllo.
Quando vidi che lui continuava quell’uccisione dolorosa, cominciai a
colpire la porta della gabbia con tutta l’energia che avevo cercando di
aprirla. Ero infuriato, non capivo più niente, sentivo solo lo sbattere
del corpo in fin di vita di mia madre e le sua grida agghiaccianti e ad
ogni colpo, diventavo sempre più deciso, più arrabbiato, più forte.
Niente, l’uomo continuava nella sua impresa, allora, con un ultimo colpo
aprii la gabbia e mi scaraventai sulla sua faccia sorpresa. Iniziai a
graffiarlo, sempre più forte, lo mordevo, scalciavo raccogliendo in ogni
colpo sempre più coraggio e forza. Il mostro tentò di liberarsi una
volta, in vano, poi mi strappò da sé con una mano potente e decisa. Mi
sbattè a terra e io caddi, strisciando sul muso, proprio di fianco a mia
madre, ancora per terra,esanime. L’uomo prese il suo fucile, appoggiato
a un angolo della stanza. Lo puntò contro di me, ma io non riuscivo a
muovermi. Partì un colpo ben mirato. Chiusi gli occhi. “Questa è la
fine!”. No. Non era la fine. Non per me. Mia madre mi aveva spinto via,
sacrificando la sua stessa vita.
“MAMMA!!!”
“Mentos…
tuo padre… morì così, per aiutare me… ma quella volta… non riuscii
a salvarlo… ho pagato il mio debito…”
“No…
tu…” Alzò per quanto potè la testa e mi leccò fra le orecchie come
faceva quando ero triste. Poi, mi parlò ancora dolcemente.
“Non
essere triste… io continuerò a vivere… se tu non mi
dimenticherai…”
“Come
potrei dimenticarti?...”
“Addio…”
e con il suo ultimo respiro, mi lasciò. Urlai forte, ma poi vidi una luce
arrivare dall’alto… era un gatto, bellissimo, col pelo grigio, coi
disegni di un soriano, la corporatura forte e muscolosa, ma era solo
un’immagine.
“Grazie”
poi dal corpo di mia madre uscì un’altra luce. “Grazie di aver
alleviato il dolore che perseguitava me e tua madre” In quel momento
capii che quello era lo spirito di mio padre, venuto a portar via mia
madre.“Non essere triste. Io sarò sempre con te” li vidi andarsene,
con le code legate insieme, ma prima lo spirito di mia mamma mi leccò per
l’ultima volta come sapeva fare lei. Dentro di me io ero triste e felice
allo stesso tempo. Poi sentì il calore di mia madre dentro di me e fui felice davvero… Caddi esausto, con l’uomo a terra che tentava di
riprendere fiato, poi sentii sbattere la porta, ricordo un uomo in blu,
poi più niente.
Ora
io vivo con Glacy nel nostro palazzo e lei mi fa uscire, anche se io non
mi allontano mai. E per la prima volta in vita mia sono veramente felice.
I mostri furono arrestati, forse dagli stessi umani che avevo visto
entrare quel giorno. Quei tipi dovranno scontare anni e anni di pene (se
lo meritano!).
Nonostante
tutto, non mi posso considerare un gatto sfortunato, perché grazie al
calore di mia madre che vive dentro di me, non sono mai solo e posso anche
uscire. No, io non sono un gatto sfortunato, al contrario, sono veramente
fortunato.
-
Scritta da Francesca M. - |
|
Felina
da sempre
da
Vaporeon
1 stupido desiderio...
Questa è una storia un po' speciale, accaduta perkè la dea Luna ha
ascoltato la richiesta di due creature devote a lei: Luna e Joy.
Joy era una teenager come tante, bionda, due occhioni blu, con 1 gran
passione per la musica e la sua gatta. L'aveva chiamata Luna.
Gliel'avevano regalata il giorno di natale, adornata da un fiocco rosso di
raso che era il doppio della grandezza del piccolo batuffolino. Anche Luna
aveva gli occhi azzurri-verdi e il suo manto era color panna, come la
luna, ma non per questo la chiamò così.
Joy aveva da sempre in cuor suo una strana attrazione per quel gran
satellite che riempiva tutte le notti + buie dell'essere umano, che faceva
parte delle storie più inquietanti di streghe, che era in cielo fin da
quando naque lei e rimaneva lì x lei e tutti: la luna. una notte durante
il suo sonno interrotto da un incubo, notò la sua cucciola affascinata
davanti alla finestra ad ammirare la possente palla candida; i suoi
occhioni brillavano davanti ad essa, il suo cuoricino aumentava di
battere, un richiamo speciale la attirava a rimanere immobile. Per questo
la chiamò Luna.
ogni sera la guardavano una accocolata una all'altra incantate... divenne
quasi come un rito per le due.
ma anche la luna a lungo andare si accorse di loro.
era come un amore reciproco... voleva ricambiare la compagnia che le
procuravano le 2 dolci creature.
E il compleanno sucessivo successe qualcosa che le cambiò di un po' la
vita.
Era una magnifica giornata di sole malgrado fosse pieno inverno, i
preparativi per la festa erano ormai pronti alle quattro del pomeriggioe
nell'aria c'era una strana atmosfera magica. Poco prima della festa, joy
chiacchierò come sempre con Luna, come faceva tutte la volte che viveva
un momento speciale:
Joy:- Luna hai visto che festona hanno preparato quest'anno mamma e papà??-
Luna: -mew...!-
joy:- sono già a quattordici... credi che io sia invecchiata?-
Luna si strisciò dolcemente contro il viso della festeggiata
Joy:-che furbona che sei... sai sempre come deviare un discorso!!-
Luna: ^_^
e iniziò a far le fusa, in cerca di tutto quel amore che Joy le regalava
sempre e volentieri.
Joy:- luna... hai visto come era strana la luna di ieri?...-
Luna: (si padroncina... sembrava nascondesse un parte del suo viso...)
Joy:- sembrava che nascondesse una parte del suo viso...-
la madre bussò alla porta
mam:-è ora!! su mettiti la gonna nuova che la nonna t ha comprato!-
Joy:-ok mamma-
mam:-e... ricordati di kiudere il gatto nella stanza- si rivolse poi con
sguardo affettuoso verso Luna -scusami tesoro è ke il nonno è
allergico...!-
Luna: (si si, non preoccuparti mamy! m ricordo quando il nonno non
smetteva più si starnutire!)
Luna saltò giù dalle braccia di Joy e senza che nessuno le ordinasse
qualcosa, se ne andò zitta zitta nella soffitta, dove teneva tutti i suoi
giokini e le sue leccornie segrete. Poi aprì la porticina che faceva da
finestra e così potè far entrare il gatto del suo vicino: Matisse, un
certosino della sua stessa età dagli occhi verdi.
Mat: (allora Luna! cosa t è toccato subire all'ora di pranzo quest'oggi?)
Luna: (togli la parola subire, Matisse! mangiare tonno non è da tutti i
giorni!)
Mat: (sigh... e non me ne hai avanzato neanke un pokino...?)
Luna: (neanke un po'.)
mat: (nemmeno un pezzetto piccolino-ino-ino ...?)
Luna: maw!!
Mat: (razza di gatta viziata... )
e iniziarono a giocare, tra una zampettata e una altra.
s erano conosciuti grazie alla sbadataggine del vicino che aveva
dimenticato Matisse in balcone. Il poveretto non sarebbe resistito per
molto sotto tutta quella pioggia di quel gelido pomeriggio di febbraio...
se non fosse stato per Luna. prima che rientrasse dal suo giretto
giornaliero, notò una palla di pelo grigia, ammucchiata nell' angolo di
quel desolato balcone e lo ospitò nel suo attico. Lo sfortunato si era
pure preso un bel raffreddore e quindi, badando che nessuno della famiglia
si accorgesse del gatto di troppo, si prese cura di lui facendo nascere
così una gran bella amicizia. Ma si sa che fra amici del sesso opposto
l'amicizia non dura per sempre.
Nel frattempo Joy si era preparata e quandò arrivò nella sala notò con
piacere che c'erano due ospiti in più: Lee e sua mamma Sheila. dovete
sapere che Lee è il suo migliore amico, aveva 16 anni e... era quello
sbadato vicino di casa che si era dimenticato di Matisse. Diciamo anke che
(ovviamente lui non lo sapeva) Joy si era innamorata di lui, con
quell'amore che è raro trovare nella vita e capita una volta sola.
Lee:-buon compleanno J!! -
Joy: - grazie...-
e così iniziò il festeggiamento, arrivando in breve al momento delle
candeline.
mam:-esprimi un desiderio...-
joy pensava, pensava sempre più agitatamente con Lee affianco, aveva la
mente vuota ma riuscii a trovare un desiderio, uno stupido a dir la verità,
ma piuttosto ke non esprimere niente, aveva scelto quello.
E soffiò, con quanto fiato teneva in corpo, spense immediatamente tutte
le candeline.
In quell'istante, le finestre della casa si aprirono di impatto e una
strana aria profumata pervase l'intera casa. Quell'aria arrivò anche da
Luna, che dopo un sobbalzo sopra Matisse, si sentiva battere il cuore
forte forte e bloccando il loro momento di gioco.
Le finestre furono accuratamente chiuse subito dopo la corrente d'aria e
il pomeriggio continuò normalmente.
Fu uno strano profumo quello che abbracciò tutti, e Joy e Luna se ne
erano accorte: era un profumo di stella alpina, ovvero il fiore della
Luna. era veramente buono...
ben presto purtroppo Lee dovette tornare a casa a causa degli alelnamenti
di calcio che praticava ogni sabato pomeriggio, e se ne andò regalandole
un bacio (sulla guancia, ovvio! )
Lee: - a domani J...-
joy: - a domani Lee...-
di conseguenza se ne dovette andare anke Matisse: come avrebbe reagito il
padroncino se avesse visto che non era a casa?!!?
Le nostre protagoniste grazie a quel profumo avevano ricevuto un regalo
prezioso dalla Luna... e non intendo gli ultimi fatti...
perchè il vero regalo fu a mezzanotte, proprio quando la Luna risplende
più bella che mai... |
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Rainbow
Di Daniathai
Era una gattina strana
quella. Tutta bianca con una perla azzurra sul collo. Nata da una
cucciolata sfortunata,era l'unica superstite ad un terribile allagamento
che aveva strappato via tutto il piccolo paesino dove lei era nata insieme
ai suoi fratelli. Questa storia può sembrare triste ma proseguendo non lo
sarà affatto. Sua madre,poco prIma di andarsene per la strada del
cielo,le aveva dato un nome,l'aveva chamata Rainbow,prevedendo il suo
destino. L'ultima frase che aveva sentito da sua madre era
stata:!Ricorda,il sole torna sempre". Così Rainbow vagava,in cerca
di cibo,sola, stanca e senza un riparo dalla pioggia che cadeva senza
sosta,pensando alle parole della madre. Avrebbe voluto sparire subito,così
da non soffrire,e intuiva che per lei non c'era più niente da fare.
Camminando sperava di poter rinascere sirena,così da poter sopravvivere a
ciò che era capitato. Dopo poco si addormentò,cadendo eppure con una
grazia strana,come se sapesse che stava x succedere. Come in sogno vide
dapprima un pallido raggio di sole,poi interi e caldi raggi,che avevano
creato un miracolo della natura,l'arcobaleno. Pensava fosse tutto un
sogno,ma non era così. Aveva smesso di piovere e sette colori benedivano
la piccola gattina. Rainbow pensava che bello sarebbe stato se sua madre e
i suoi fratelli fossero stati lì con lei a vederlo. La piccola macchia
azzurra si illuminò improvvisamente e le crebbero le pinne e la coda da
delfino. Rainbow era naturalmente spaventata da questo,ma soprattutto si
chiedeva a ke le sarebbe servito essere una sirena. Poi capì. E si spiegò
il suo destino e le parole della madre,subito capì cosa doveva fare. Cercò
un albero dove sembrasse che da lì cominciasse l'arcobaleno. E nuotò.
Nuotò sull'arcobaleno. Nuotò su ciò che il suo destino le aveva
strappato. E aveva paura. Ma proseguì,sempre più incredula. Arrivata
dall'altra parte dell'arcobaleno vide la sua famiglia,sua madre,i suoi
fratelli!! Erano vivi.Rainbow capì ke non potevano tornare da soli perchè
potevano affogare. Così si strappò 5 peli dalla sua macchiolina
azzurra,e ne diede uno ad ognuno. Divennero così piccoli delfini-felini e
tornarono sulla terra,capendo il coraggio di Rainbow,che era diventata
parte di un elemento causa della sua sventura. Morale? Sempre sperare in
un arcobaleno.
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Yami
Di
Sesshou No Kon
Si
alzò con una certa lentezza sulle quattro zampe scure. Era ancora troppo
presto. Ma non aveva voglia di aspettare la mezzanotte.
Saltò agilmente a terra, lasciando il comodo muretto su cui si era
appisolata quel pomeriggio. Nemmeno quel quartiere le piaceva.
Si diresse verso la piazza vuota, la luna quasi piena che illuminava
appena la strada. C'era solo qualche altro gatto in giro, ma era tutto
preso nei suoi affari che nemmeno si curava di lei. Lei che da settimane
viaggiava in cerca di una posto in cui stabilirsi.
-Micia, micia...- si sentì chiamare
Si volt?. Una ragazzina stava affacciata alla finestra della casa alle sue
spalle. Si stava guardando attorno tristemente.
-Micia! Dove seii?- chiamò ancora
Stava cercando qualcuno?
-Tesoro, non penso che...- cominciò una donna
-S? che tornerà!- gridò la ragazza con le lacrime agli occhi -Micia!
MICIA!-
La gatta si avvicinò alla casa, incuriosita. La ragazzina la guardò
speranzosa per qualche attimo, prima di iniziare a piangere.
-No... non sei lei...- singhiozzò
La gatta saltò sulla finestra, essendo essa al piano terra, e le si
strusciò contro il braccio, cercando di consolarla. Dopo un breve "Meaow"
interrogativo le rivolse uno sguardo incuriosito.
-Noriko, di chi è quel gatto?- chiese la madre della ragazza
-Non lo so- brontolò -Come sei bella- sorrise
-Miah- miagolò placida, iniziando a farle le fusa
-Mamma... non è che... potremmo...-
-Umph, se proprio ci tieni, Nori-chan!- sbuffò la donna
-Grazie!- sorrise alla gatta -Posso chiamarti Yami vero?-
Senza emettere alcun suono la gatta nera entrò nella casa iniziando ad
esplorare timidamente la stanza. Bel posticino. Non le dispiaceva per
nulla... saltò sul poggiapiedi e si appisolò tranquilla, sotto lo
sguardo intenerito di Noriko, che le prese subito un piattino di latte.
-Yami...- chiamò, mentre la gatta la guardava tranquilla -Rimarrai qui,
no?-
-Miaah- disse stancamente, tornando a dormire
-Aheh- ridacchiò -Lo prendo come un sì- |
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